La crisi degli sbarchi, nonostante gli occhi spiritati di Gino Strada e l’ondata d’isteria dei vari “filantropi”, sembra essersi fermata. Grazie a Marco Minniti, un ministro di ferro in un governo di latta, l’invasione dei disperati è stata tamponata. Un dato positivo ma fragile e terribilmente provvisorio. Se in qualche modo oggi la Libia “tiene” e trattiene, i negrieri stanno dirottando il loro carico di dolente carne umana su altri golgota: la Spagna, i Balcani, il Mar Nero.

Non illudiamoci. Dall’Africa più disperata milioni di esseri umani pieni d’illusioni e rabbia premono sui nostri confini. Uno tsunami. Per fermarlo non bastano, non possono bastare guardiani, leggi severe, fili spinati, muri. Lo sappiamo. E sappiamo che il problema e tutte le risposte sono laggiù, proprio nel “cuore di tenebra” del continente africano. Peccato che per decenni l’Europa, soffocata dai sensi di colpa e dall’egoismo, ha cercato d’ignorarlo, dimenticarlo. Affrontare la questione significa infatti riaprire una pagina che per molti fastidiosa e imbarazzante, ovvero il colonialismo e, soprattutto, la troppo veloce e improvvida decolonizzazione.

Lo ha fatto ieri con indubbio coraggio Goffredo Buccini sul Corriere della Sera con un articolo significativamente intitolato “Un’utopia per l’Africa, il “colonialismo solidale”. L’analista ricorda che una parte importante dell’Africa è fallita e definitivamente fuori controllo. Un disastro epocale che impone “una visione, un nation rebuilding che insegni il futuro a milioni di giovani africani”. Per farlo serve riportare laggiù “maestri, ingegneri, medici ma anche soldati”.

Buccini ha ragione. È necessario, urgente che l’Europa “adotti” le entità statuali post-coloniali oggi disintegrate per ricostruire con lungimiranza e misura condizioni di vita e di sviluppo, formare classi dirigenti serie e ordinamenti funzionanti (non i tiranelli cleptocrati alla Mobutu o “imperatori” come Bokassa…). Un’impegno pluridecennale, complesso e fascinoso.

Gli strumenti giuridici ci sono: le Nazioni Unite prevedono nel loro ordinamento l’istituto dell’”amministrazione fiduciaria”. Funzionò, tra il 1950 e il 1960, per la Somalia italiana e i risultati furono positivi. Ma i tempi risultarono troppo brevi per trasformare un contenitore di etnie e clan in uno Stato moderno e democratico. Roma colpevolmente si dimenticò presto di Mogadiscio e nell’arco di un trentennio il paese si frantumò nelle guerre tribali. La fretta è sempre una cattiva consigliera. In Africa più che in altri posti. Una lezione che i sostenitori del “colonialismo solidale” farebbero bene a tenere presente.