Per una sinistra alla ricerca di nuove ragioni esistenziali la difesa dell’ambiente è come un’oasi inaspettata a cui abbeverarsi. Conta poco entrare nello specifico dei problemi, magari inquadrandoli nell’ambito di un “disagio” più complesso. Né interessa declinare l’ecologia con la crisi “di sistema”, con i limiti dello sviluppo industrialista e globalista. C’è Greta e tanto basta: ragazza d’immagine e dalle buone entrature internazionali (da Papa Francesco ad Obama, passando per le Nazioni Unite).

Siamo evidentemente al centro di una campagna ricca di suggestioni, con un seguito di massa, che non va sottovalutato. Il mainstream è duro da “governare”. E tuttavia qualche pillola di buonsenso e di controcultura non guasterebbe, evitando di accreditare l’idea di una ambientalismo a senso unico, laddove c’è spazio per nuovi elementi identificativi, che partano dal rapporto città-campagna, ripensino le città, ritrovino lo Stato, denuncino alcuni miti dominanti. Non inventiamo nulla – sia ben chiaro.
Riaffermare il rapporto città-campagna, visto nella sua sostanziale unitarietà, significa ricostruire l’equilibrio idrogeologico, non fatto di sola natura, ma creazione umana, che opera a sistemare le terre, a valorizzarne la funzione (non solo produttiva, quanto soprattutto conservativa: pensiamo – da questo punto di vista – all’abbandono di tante aree interne del Paese).


Difendere (o meglio ancora ripristinare) l’equilibrio dell’ambiente vuole dire ritrovare una “funzione civile” e culturale delle scelte urbanistiche, denunciando gli eccessi (anche dimensionali) dell’urbanizzazione ad essa contrapponendo l’idea della “città organica”, vista come un insieme di funzioni prodotte da altrettanti motori ed organi interdipendenti, che vengono a concorrere alla realizzazione di un “corpus” più ampio, laddove la “città moderna” appare come l’espressione dell’atomizzazione della società e di una esasperante visione produttivistica e quantitativa.
Pensiamo al ruolo ordinatore dello Stato rispetto alla difesa del suolo e dunque alla sistemazione idrogeologica del territorio, che richiede il rimboschimento, la ricostituzione dei pascoli, la regimazione delle acque.
Ed ancora evidenziamo – in termini metapolitici – le storture determinate dal mito del benessere, del progresso, della tecnica ed i limiti di uno sviluppo 4.0, a cui certa cultura “progressista” guarda invece come ad un nuovo orizzonte paradisiaco.


Nel 1974 Alfredo Todisco, autentico antesignano della cultura ecologica, in “Breviario di ecologia”, sottolineava come il vero progresso non fosse materiale, ma indirizzato al consumo di beni mentali, estetici, ludici ed artistici. “La base di partenza – scriveva, nel 1998, su “Fare Verde”, Paolo Colli, figura mitica dell’ambientalismo “alternativo” – è una concezione non materialistica dell’uomo : la sua realizzazione autentica è data dal raggiungimento di obiettivi e equilibri incentrati sulla qualità più che sulla quantità. (…) E’ fondamentale fare proprio il rispetto, per chi è credente, verso ciò che stato concesso in uso dalla Divinità e, comunque, per rispettare chi è venuto prima di noi e ci ha consegnato un patrimonio inestimabile, che non abbiamo diritto di dilapidare, danneggiando irreparabilmente chi verrà dopo di noi”.


L’ambientalismo non può – in definitiva – essere considerato uno spot o una sorta di salvagente politico. E’ molto di più. E’ un’emergenza esistenziale, nella misura in cui, proprio sul piano dell’esistenza umana, fa emergere una condizione di crisi che impone una ridiscussione generale nei modelli comportamentali, nelle priorità sociali, nella scala dei valori. Ben oltre dunque qualche colorata aspettativa ed un riformismo parziale: una “visione”, politica e culturale, in cui l’uomo è visto come “soggetto attivo” del suo ambiente, finalmente consapevole dei limiti e degli eccessi di uno sviluppo “senza qualità” a cui porre rimedio.