Il Parlamento ha votato sì al processo all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. La cosa di per sé è grave: si afferma il principio che un Ministro dell’Interno non può difendere i confini nazionali dall’immigrazione clandestina, e fermare i traffici di esseri umani delle varie Ong e si pone come una spada di Damocle per il futuro. Il globale s’impone sul nazionale. Salvini un po’ s’è l’è andata a cercare. Dal Viminale aveva ottenuto risultati concreti, ridimensionato la criminalità, azzerato gli sbarchi, il suo consenso popolare era alle stelle, e ogni giorno riceveva bagni di folla. Ma ha voluto strafare, aprire la crisi di governo, scommettete sulle elezioni anticipate (che Mattarella ha ovviamente negato), e ha azzardato nel chiedere per sé, agli elettori, “pieni poteri”, che invece se l’è presi Conte, senza passare dalle urne.

I pentastellati non si sono lasciati sfuggire l’occasione per vendicarsi, ma la vicenda è vergognosa. Nella precedente maggioranza, Conte e i pentastellati sono stati al governo assieme a Salvini e alla Lega, e con loro hanno condiviso tutto ciò che la coalizione gialloverde ha fatto. I 5 stelle sono talmente privi di verecondia che non hanno esitato a votare contro il loro ex Ministro dell’Interno. Dov’erano ‘Giuseppi’ e il bibitaro Di Maio quando applicando la Costituzione, il Viminale bloccava li sbarchi? Sulla Luna? Il Partito Democratico che si sgolava contro il pericolo “fasciogrillista”, ha ovviamente compiuto una spregiudicata inversione a “U”, e improvvisamente ha eletto Conte come “statista” e assolto il Movimento della “piattaforma Rousseau” dalle loro complicità con la Lega.

Infine abbiamo assistito all’ennesima piroetta del “Bomba” Matteo Renzi che nel giro di poche ore è passato dai toni garantisti a mettere l’altro Matteo alla sbarra. Salvini mostra spavalderia, ma onestamente risale alla memoria, l’aforisma del fu Giulio Andreotti; “Non basta avere ragione: bisogna che qualcuno te la dia”.

Francamente io, nella giustizia italiana, non credo più. Vero è che l’accanimento giudiziario nei confronti di Salvini (che fu già lo stesso contro Berlusconi), potrebbe avere un effetto boomerang, facendo risalire nei consensi elettorali una Lega che da mesi è in caduta libera a causa dei tanti, troppi errori, che il suo leader ha fatto; al momento, i voti persi dalla Lega, si sono trasferiti su Fratelli d’Italia che secondo gli ultimi sondaggi sarebbe attestato sopra al 16%; un risultato stratosferico per la destra che va molto oltre anche ai più luminosi risultati di Alleanza nazionale ai tempi della presidenza di Gianfranco Fini.

Dati, che se confermati, smentirebbero quelle cassandre “liberaleggianti” che a destra insistono nel dire che populismo e sovranismo non pagano; che si “vince al centro”, che occorre essere “moderati” e “europeisti”.  Tesi che erano ispirate dallo stesso G. Fini, e che in tempi più recenti riemergono dal guazzabuglio aggrumato di “Buona Destra”, da funamboli dalle idee molto confuse come Filippo Rossi e la sua allegra brigata.

Anche per questo, c’è da scommettere che il prossimo bersaglio delle toghe rosse sarà proprio Giorgia Meloni e il suo partito, perché è probabile che la futura leadership del centrodestra sia proprio a trazione FdI. E i plotoni d’esecuzione togati, non sono ovviamente le uniche armi con le quali il potere disarciona avversari politici e silenzia voci discordanti.

L’emergenza Covid-19 è abilmente usata per annichilire il Parlamento e concentrare i poteri sull’esecutivo, e il lockdown ha aggravato una crisi economica nazionale e globale che dall’autunno diverrà drammatica. I due principali problemi che colpiranno l’Italia e il mondo nei prossimi mesi saranno la riduzione delle libertà democratiche e l’impoverimento sociale. È su queste due colonne che dovrà essere impostata la lotta politica del centrodestra dei prossimi mesi.

Ma questo richiede un totale “ripensamento” della destra, un ripensamento che non è facile perché persistono all’interno della destra dei “riflessi condizionati” dovuti alla sua atavica scarsa capacità autocritica e revisionistica. Ma in una fase storica nella quale “la crisi sociale” esploderà tra le mani di un governo di sinistra, la destra dovrà ergersi come alternativa sociale, interclassista, dimostrandosi pronta però a “un’azione di lotta”, di contrapposizione muscolare, che non ponga i problemi sociali in termini “di classe”, bensì, in quelli di nazione, in tensione ideale con le istanze sovranazionali. E sul versante della “libertà”, la destra deve smarcarsi da una miope posizione di “legge e ordine”, è scoprirsi ribelle, trasgressiva, libertaria, non già rispetto ai valori etici e tradizionali, ma piuttosto come azione reattiva a un’evidente deriva liberticida che rischia di spingerci verso un autoritarismo mascherato.

Questa tendenza però, deve essere netta, e tradursi in fatti concreti che non possono esaurirsi con forti dichiarazioni in Parlamento, tweet o petizioni; tutte forme di lotta giuste, necessarie ma insufficienti. Se la politica non si riappropria dell’idea di partecipazione e di lotta, se non scende in piazza, se non misura la propria forza e la espone esplicitamente, la politica esautora se stessa. La politica è passione, è lotta, è azione.

Infine; questa “azione”, non può raggiungere i suoi obiettivi, se non è perfettamente calibrata, e orientata correttamente, e perché ciò sia possibile, occorre che sia preceduta e guidata dalle idee. Questo è il campo nel quale abbiamo fin qui agito meno, e con poca capacità organizzativa. È indispensabile che la politica di destra produca una sua “cultura di riferimento”, una cultura che – data l’attuale collocazione – sia di “opposizione al potere”. Apriamo “pensatoi”, capaci di organizzare un sapere eterogeneo, non “organico”, ma disciplinato da un orientamento ideale e politico, indipendente ma non neutrale, intrecciamo pensieri e valori, facciamoli incontrare tra loro (anche attraverso il web e i social), e creiamo un dialogo costruttivo tra cultura e politica.

La classe dirigente del centrodestra – a partire da Fratelli d’Italia – ascolti gli artisti, gli intellettuali, gli opinionisti, si disegni una “visione del mondo” che orienti l’azione e ne faciliti il raggiungimento degli scopi. Perché il tramonto delle ideologie non sia anche il crepuscolo delle idee.