Parafransando il titolo di un divertente film degli anni 70 (“Anche se volessi lavorare che faccio?” con Enzo Cerusico e Ninetto Davoli, regia di Flavio Mogherini), otteniamo una perfetta sintesi della situazione politica a destra dopo le elezioni in Emilia Romagna: “Anche se si potesse votare ed riusciste ad andare al governo che fate?”, domanda che andrebbe rivolta ai leader della attuale opposizione.

L’ultima tornata di lezioni regionali, infatti, ha confermato i serissimi e rilevantissimi limiti di capacità politica, strategia, spessore culturale e capacità di elaborazione politica dell’attuale opposizione. L’approccio maldestro di Matteo Salvini al problema Emilia Romagna è riuscito trasformare un buon successo elettorale in una pesantissima sconfitta politica.

L’ennesima scommessa improvvisata, basata su un calcolo sbagliato ed una illusione, ha portato il leader della Lega, al quale si era prontamente accodata Giorgia Meloni, a credere che sarebbe bastato trasformare le elezioni in Emilia Romagna in una battaglia nazionale da combattere in prima persona con i soliti toni, esagerati e sopra le righe, per espugnare la principale roccaforte rossa e quindi far cadere, con un immaginario effetto domino, il governo. La rudimentale e rumorosa strategia, che oramai Salvini e la sua squadra di comunicatori replicano a soggetto in qualsiasi circostanza, ha sovraccaricato il significato del confronto, alzando troppo la posta in gioco ma mancando in pieno l’obiettivo politico.

Nel 2015 Stefano Bonaccini, allora considerato solo un grigio apparatčik della locale burocrazia di partito, era approdato alla poltrona di presidente della regione con il PD, cioè il suo partito, al 44,52%, e con una maggioranza di 29 seggi. La Lega era al 19,42%, i 5 stelle, allora in crescita, al 13,3% e FDI all’1,91%, con l’affluenza al minimo storico del 37,71%, segno di disaffezione e rassegnazione in una regione dove da sempre è tutto già deciso e ben controllato.

5 anni dopo, con l’affluenza quasi raddoppiata (67,7%), il PD perde 10 punti (34,69%), la Lega ne guadagna 12 (31,95%), FDI poco meno di 7 (8,59%) mentre si squagliano sia i 5 stelle che FI. La coalizione di sinistra governerà la regione, divenuta per la prima volta contendibile, con 3 seggi in meno mentre l’opposizione ne avrà 7 in più, un risultato che in circostanze diverse sarebbe considerato un grande successo e che invece l’improvvido alt in di Salvini (e Meloni) ha trasformato nel suo contrario.

Illusorio pensare che la sinistra si sarebbe lasciata sfilare da sotto il naso il centro nevralgico del suo sistema di potere politico-economico-finanziario, ancora più illusorio credere che per riuscirci bastasse alzare la voce, fare qualche sceneggiata in giro per la regione, personalizzare il confronto con il classico schema dell’uomo solo contro tutto e tutti.

Le contromosse sono state tanto semplici quanto efficaci, favorite dalla prevedibilità dell’avversario: dissociare Bonaccini dal PD, screditato e poco credibile, niente leader nazionali per evitare di essere associati alla poco gradita gerarchia di partito o al disastroso governo giallo-rosso, riportare il confronto su temi locali, combattere Salvini con i suoi stessi mezzi ma per interposta persona, cioè con la carnevalata delle sardine. Così mentre Salvini e le sardine telecomandate, che con la loro aria fritta rianimavano le truppe pidiote, facevano la gara a chi la sparava più grossa, a chi urlava di più, a chi faceva più baccano in piazza, Bonaccini poteva giocarsela tranquillamente sul suo terreno preferito contro una candidata volonterosa ma impreparata.

Risultato: con Salvini che alzava sempre più il volume per non dire niente, escalation culminata con la ridicola farsa del citofono, l’elettorato PD, le burocrazie regionali politicizzate, i centri di potere e gli strati sociali garantiti dall’avvolgente sistema rosso riuscivano a mobilitarsi e a fermare l’invasore alieno salvando sé stessi e la sinistra, non solo locale. Niente spallata, quindi, e nessuna possibilità di chiedere elezioni subito, ammesso che istituzionalmente avesse senso e ci fosse una possibilità di ottenerle.

Ma questo, in realtà, non è affatto un male. Lo schieramento di destra così com’è, al momento, non sarebbe in grado di governare il paese significativamente meglio della combriccola di dilettanti capitanata dal gagà Giuseppi, che resta il miglior propellente dell’opposizione.

Matteo Salvini ha dimostrato, una volta di più, di non avere un progetto politico chiaro e serio e di non avere idea di come reimpiegare efficacemente il consenso ricevuto assecondando il sentimento spontaneo e prevalente dell’opinione pubblica amplificato dalle sue trovate mediatiche.

A parte il tema dell’immigrazione clandestina e poco altro, su tutto il resto non è facile capire cosa voglia e sappia fare realmente il leader della Lega, capace di passare disinvoltamente dalle felpe Basta Euro all’endorsement per Draghi presidente della Repubblica e all’irreversibilità dell’Euro. Spesso protagonista di superficiali ed inutili esternazioni su delicati temi di politica estera, ma anche assente o disorientato su temi importanti per l’interesse nazionale come quello della Libia, è stato pizzicato da una sconosciuta candidata di sinistra in imbarazzante difficoltà di fronte a banali contestazioni su una materia, la revisione del trattato di Dublino, che dovrebbe essere un suo cavallo di battaglia.

Matteo Salvini non sembra avere ancora capito che caporione di partito e uomo di governo sono due mestieri molto diversi, che richiedono approccio e capacità molto diversi. Per ora ha dimostrato di saper recitare benissimo il primo ruolo ma di non essere all’altezza del secondo, situazione aggravata dall’approccio da one man band e, soprattutto, dalla mancanza di una classe dirigente di partito solida e preparata.

Difficile dare credito ad uno che chiede “pieni poteri” mentre balla sulla spiaggia bevendo mojitos o che da Ministro degli Interni abbraccia un pregiudicato ad una festa di ultra da stadio. Sorge quindi spontanea una domanda: pieni poteri per fare cosa, esattamente?

Vista dalla prospettiva dell’altro socio forte della coalizione, cioè quella di Giorgia Meloni e dei suoi fratellini, la situazione non è poi molto diversa. Premiato da un ottimo risultato elettorale, anche se un po’ al di sotto dei sin troppo compiacenti sondaggi degli ultimi tempi, il contenitore multiuso della Meloni, nonostante le dichiarazioni di principio (“noi siamo la destra da sempre …. Noi siamo la storia della destra italiana”) sembra avere ben poco in comune con la vera storia politica della destra italiana, fatta eccezione per la malsana esperienza di AN/PDL di cui il partito meloniano, incurante degli errori del passato, sembra sempre di più la continuazione con altri mezzi.

Costretta da Salvini e dal disfacimento di FI a spostarsi al centro in cerca di spazio e di voti, la Meloni ha riempito il suo contenitore con tutto quello che poteva essere utile ad aumentare il suo peso politico imbarcando varia umanità di varia provenienza, ma annacquando e sbiancando inevitabilmente i già deboli legami con quelli che dovrebbero essere la cultura e i principi di riferimento di una seria destra politica. Ne è una evidente dimostrazione, ad esempio, la bizzarra posizione del partito su temi determinanti come quelli macroeconomici.

Secondo un certo senatore Fazzolari, “responsabile del programma di Fratelli d’Italia” il partito vorrebbe “meno stato, meno tasse e meno deficit”, anzi “zero deficit per spesa corrente e deficit entro il 3% ma solo per investimenti, infrastrutture e messa in sicurezza del territorio”. Posizione alquanto stravagante, che non sfigurerebbe tra le chiacchiere di un Carlo Calenda o tra le giaculatorie liberiste di +Europa ma decisamente fuori posto per chi si proclama erede della tradizione politica del MSI. Possiamo solo immaginare il disgusto che proverebbe un Gaetano Rasi (figura probabilmente ignota nel mondo dei fratellini) nel leggere simili amenità.

Concetti più volte ribaditi dalla stessa Giorgia Meloni, che non ha esitato ad accodarsi alla più banale narrazione dell’europeismo liberista, cioè quella della demonizzazione del debito pubblico come conseguenza dell’aver “vissuto al di sopra delle nostre possibilità” e come fardello lasciato “ai nostri figli e nipoti”, manco fosse una cambiale in scadenza. Per non parlare dello strambo sostegno al pareggio di bilancio in un paese che da decenni, unico in Europa con la Germania, si trova in avanzo primario cioè con il bilancio dello Stato in attivo, perciò ben oltre il pareggio, al netto degli interessi sul debito.

Uno Stato, quindi, nel quale o i cittadini sono tassati più del necessario o i servizi vengono tagliati più del necessario, il che affossa anche la questione, anch’essa assai curiosa, della discriminazione tra spesa corrente e spesa per investimenti, visto che nella spesa corrente rientrano i costi di ospedali, medici, polizia, pompieri, magistrati, scuole, insegnanti, pensioni e così via.

Settori falcidiati da anni di tagli indiscriminati, riduzioni, pluriennali blocchi del turnover, oramai vicini al punto critico e che nella singolare politica economica della Meloni e dei fratelli dovrebbero continuare ad andare in malora per fare investimenti o infrastrutture. Auspicando, in pratica, un paese pieno di tangenziali e viadotti ma privo di Carabinieri, medici, giudici e insegnanti. Oltre al fatto che per trattati e per i mandarini di Bruxelles questa distinzione non esiste.

Superficialità, improvvisazione, subalternità alla cultura egemone che un partito che aspira ad essere forza di governo con alle spalle il consenso di un decimo degli elettori non dovrebbe potersi permettere, conseguenza inevitabile dell’allontanamento dai principi di riferimento e di una insufficiente, se non inesistente, elaborazione culturale.

Anche la Meloni, in fondo, è una one girl band, che con la sua abilità mediatica trascina un partito piuttosto inadeguato che non riesce a sfruttare la ricchezza della propria tradizione politica, ridotta a mero argomento di propaganda.

Anche per Giorgia Meloni sorge spontanea la stessa domanda: elezioni e poi al governo, ma per fare cosa, esattamente?