Si può ancora essere di destra in Italia e rimanere dubbiosi se non addirittura critici nei confronti dell’azione politica di Matteo Salvini? La domanda nasce dalla foga polemica, troppo spesso irrazionale e cieca, con cui tanti connazionali reagiscono d’impeto a chi soltanto osa manifestare una certa contrarietà verso i modi dell’attuale leader del centrodestra italiano nei cui riguardi credo ci debba essere concessa una alternativa tra una totale adesione e una, seppur modesta, insubordinazione soprattutto se a manifestare i dubbi e le perplessità sopra citati è qualcuno che di destra lo è da sempre, al di là delle convenienze contingenti e delle mode del momento.

Qualcuno che era di destra già da parecchi lustri quando Salvini, nei primi anni ’90, fondava e assumeva il comando dei comunisti padani. Qualcuno che era e continuava ad essere di destra anche negli anni successivi, innamorato come sempre del tricolore e della Patria una e indivisibile quando invece qualcun altro manifestava nelle piazze del Settentrione contro i suoi stessi connazionali accusandoli di ogni male possibile e immaginabile. Qualcuno che si definiva a testa alta di destra, e lo era sempre e comunque per natura, per convinzione, per tensione ideale, per amore. Amore per il proprio Paese, la propria Nazione, la propria terra: tutta, da Aosta a Pantelleria, da Gorizia a Carloforte, e senza mai esser stato sfiorato da pulsioni secessioniste. Un amore che non ammette offese e ingiurie a dir poco difficili da perdonare e in ogni caso ferite che non si possono cancellare a cuor leggero dall’oggi al domani, come se gli insulti del passato non esistessero proprio perché passati e le speranze del presente mondassero ogni aberrazione di ieri.

A costo di una inappellabile imputazione per lesa maestà, il rispetto che si deve all’intelligenza e una naturale inclinazione alla diffidenza impongono a chi scrive di conservare questo atteggiamento critico e d’indossare davanti alle mosse del Matteo, anche a dispetto dei santi, l’abito della diffidenza: nessuna contrarietà aprioristica e nessuna ostilità preconcetta, soltanto la richiesta pressante di usare il tempo in modo un pochino più costruttivo, usandolo di meno per pronunciare discorsi pure ispiratissimi e un tantino di più per governare.

In fondo, nulla di diverso si richiede a un uomo politico: riempire le parole di contenuti, cioè farle seguire dai fatti. Quei fatti di cui l’Italia ha un disperato bisogno, e che ancora devono manifestarsi. In fondo, essere critici serve proprio a questo: lungi dal farsi stordire dall’ebbrezza degli slogan più accattivanti e seducenti, la saggezza e l’esperienza dell’età impongono di non perdere mai di vista il fatto che, a fronte delle splendide intemerate senza contraddittorio a uso di milioni di fans e dei tantissimi followers, chi arringa la folla non è un passante ma il ministro dell’Interno nella pienezza dei suoi poteri. Come dire: grazie delle parole e degli slogan ma si cerchi di assumere comportamenti, non certamente deboli o lassisti, che devono tenere conto che la risposta ad un fenomeno come l’immigrazione non può che essere complessa.