Dopodomani, giovedì, la Procura dell’Irlanda del Nord dovrebbe rendere noti i nomi dei 17 membri del 1° Battaglione del Parachute Regiment resisi responsabili della “Domenica di sangue” di Derry, il 30 gennaio 1972, quando un pacifico corteo di civili che protestavano contro le politiche del governo britannico nell’Ulster vennero attaccati a fucilate, come se si trattasse di un’operazione di guerra, conclusasi con 14 morti (quasi tutti giovanissimi) e 14 feriti.      

 Ci hanno provato in molti, ma nessuno è riuscito mai a spiegare in maniera convincente le ragioni di un comportamento del genere, da parte dei componenti di un’unità militare d’élite, per di più a carico di concittadini (visto che l’Ulster fa parte del Regno Unito) e tenuto conto che l’IRA si era tenuta saggiamente lontana dal corteo di protesta, contenta del fatto che esso avesse raccolto tante adesioni popolari.     

Ne parla il “Corriere della Sera” di oggi, nella sempiterna logica del “chi muore giace e chi vive si dà pace”, ma è dubbio che i 14 morti del Bloody Sunday ambissero a trovare la tragica fine che è stata procurata loro da comportamenti del tutto avulsi da qualsiasi forma di etica militare. Chi scrive si augura quindi che la giustizia, pur con i suoi tempi ridicolmente biblici, riesca a fare il suo corso. Meglio tardi che mai ed è bene, anzi benissimo, che chi è riuscito a vivere grazie al suo agire da branco assetato di sangue, infine NON riesca a “darsi pace”. E’ un atto dovuto a dei poveri morti in giovane e giovanissima età, colpevoli solo – come sempre – di essere “figli di un dio minore”, mentre – come è giusto – “al dio degli inglesi non credere mai”…