Vediamo se si può parlare di “Sangue sparso” in maniera non emotiva e razionale. Mi pare assodato che non sia un prodotto professionale e che il tema, così importante e trascurato da ogni tipo di narrazione collettiva del Paese, avrebbe meritato una squadra più esperta e forse anche più “distaccata” dagli eventi raccontati. Questo lo capisce anche un bambino di dieci anni vedendo quel film. Non mi interessano le polemiche su chi avrebbe speculato sulle vittime e sui soldi ricevuti per la realizzazione. Si tratta di aspetti marginali, che testimoniano solo il livello di cannibalismo interno raggiunto ormai dall’ambiente della destra italiana (dove sbranare l’ex camerata è lo sport preferito).
C’è qualcosa che non va, che non convince e che da subito produce una sensazione negativa nello spettatore. Mi sono chiesta cosa potesse essere. Una prima possibile risposta è questa: è come se si fosse scelto di affiancare tante “figurine”, le foto dei ragazzi assassinati come siamo abituati a vederle nei manifesti commemorativi, senza provare a dare alcuna profondità ai personaggi. E la profondità si poteva dare con un minimo di “contesto” (del tutto assente) o isolando uno dei personaggi e raccontando “una” storia, una storia emblematica che poteva valere per l’intero periodo. L’aver voluto riproporre un “cuori neri” cinematografico ha creato un effetto di insopportabile superficialità per cui si passa tra una lacrima e l’altra da Acca Larenzia a Nanni de Angelis (storie molto diverse, morti molto diverse) senza capire nulla, senza raccontare nulla, come se davvero bastasse cavarsela su quegli anni dipingendo l’ambiente come un manipolo di eroi senza macchia e senza paura in balìa della violenza di un mondo ostile. Anche le conversazioni rispondono a questa esigenza infantile, da indottrinamento di serie B. Io non ricordo nessuno che mi abbia detto, dopo la morte di uno dei nostri, che i nostri caduti stavano in cielo ed erano stelline che guidavano il nostro cammino. Al contrario ricordo dibattiti accorati e plumbei sul senso di ciò che stava capitando, dibattiti che coinvolgevano anche il vertice del Msi, il ministero degli Interni, chi stava dentro il partito e chi si accingeva a lasciarlo.
Gli anni Settanta sono materia delicata. A mio avviso solo il punto di vista soggettivo e sincero non suscita risentimenti. La narrazione dei morti si può fare con un documentario, senza darsi obiettivi che non si era in grado di realizzare. Tralascio il modo in cui viene raccontata la morte di Alberto Giaquinto, del tutto distante da ciò che realmente avvenne. Tralascio di dire che ancora una volta Stefano Recchioni appare come il morto “scomodo”, colpito da un “proiettile vagante”, perché le circostanze che portarono alla sua morte sono imbarazzanti per un mondo che ha bisogno solo dei martiri dell’odio comunista. Accanto all’esaltazione acritica dell’attivismo (che conteneva in sé elementi sui quali sarebbe ora di fare autocritica) c’è poi l’accenno a una battaglia contro la moschea a Roma, che arriverà solo negli anni Novanta, dieci anni dopo. Perché far passare i militanti del Fronte come anti-islamici? Per avere l’applauso a distanza di Marine Le Pen? Ancora, perché l’esibizione ostentata della croce celtica senza spiegare che quel simbolo veniva scelto come atto di ribellione ai vertici del partito? Perché la raffigurazione macchiettistica dei compagni, anche loro figurine partorite da luoghi comuni ideologici (e tra l’altro senza le sfumatute che pure caratterizzarono quel mondo?). Davvero si pretende che nelle scuole venga proiettato questo film? Davvero non si capisce che sarebbe un’operazione culturale fallimentare? (a meno che non si voglia la “provocazione” per sollecitare altre provocazioni antifasciste e determinare un clima di scontro surreale e anacronistico).
Ho già scritto che il culto dei Caduti in certa destra sta sostituendo il nostalgismo del Duce come collante identitario. Sotto c’è il vuoto di proposte, come sempre. E’ un rischio che chi si pone a capo di queste tendenze conosce molto bene preferendo soprassedere sulle conseguenze. Ciò rappresenta una maniera distorta di rendere omaggio a quei ragazzi uccisi. Una strumentalizzazione postuma che non penso possa essere condotta in assoluta buona fede.
Infine veniamo al punto che mi ha indotto a uscire dal cinema prima della fine del film: è stato quando in una chiesa c’è la protagonista che sta per sparare al compagno responsabile della morte di suo marito. Al di là della scarsa credibilità della scena (che ci fa un estremista di sinistra in chiesa?), la donna (una sorta di mater dolorosa cui è affidato nella narrazione il compito di disperarsi per ogni morto missino o paramissino) recede dal suo intento guardando il Crocifisso. Sorvoliamo sull’assenza di tensione emotiva in tutta la scena. Poi arriva un prete a consolarla e a dirle che ha fatto la scelta giusta. E’ sempre la solita storia dei buoni e dei cattivi. La filosofia del “il peggiore dei nostri è comunque meglio del migliore dei loro”. Una favola, appunto. E il tempo delle favole per me è finito, come per molti amici che hanno vissuto quegli anni, alla prima camera ardente in cui si sono imbattuti. Troppo presto, inconsapevoli di tutto, con un enorme dolore dentro. Le risposte non verranno dall’agiografia ideologizzante. C’è stato molto sangue sparso in quegli anni e qualcuno tirava i fili. O cerchiamo nella direzione giusta o lasciamo che quei morti riposino in pace.
Da Segnavia, 21 giugno 2014