Una piccola storia, la riporto come mi è stata raccontata. Eloisa, nome di fantasia, è una ragazza di ventotto anni di Milano. Si reca in ospedale a ritirare il referto di un agoaspirato della tiroide eseguito alcuni giorni prima. L’anatomopatologo le consegna di persona, in busta chiusa , l’esito dell’esame, raccomandandole di portarlo subito nel reparto di endocrinologia, al piano superiore, per darne lettura al collega che l’ha richiesto.

Eloisa sale una rampa di scale ed accede al reparto, nel primo pomeriggio, quando gli ambulatori sono già chiusi. Con suo grande sollievo incontra subito una dottoressa del reparto, alla quale chiede di poter prendere visione del referto citologico. La dottoressa respinge sdegnosamente la busta dicendo: “Ma non vede che non è ora di ambulatorio ? Vada dal suo medico e si faccia fare un’impegnativa, dopo posso visitarla.”

La ragazza si reca dal suo medico di famiglia che prende visione del referto che diagnostica un carcinoma midollare della tiroide. Preoccupato ma senza allarmare la sua paziente, il dottore redige un’impegnativa di visita endocrinologica urgente. Eloisa torna il giorno dopo in ospedale; allo sportello dell’accettazione una impiegata saputella le contesta la ricetta :” Signorina, il suo medico ha scritto “prima visita” ma a noi risulta che l’abbia già fatta, non possiamo accettarla : doveva scrivere “visita di controllo”. Eppure doveva saperlo! Torni dal medico di base e se ne faccia fare una corretta.”

Eloisa torna dal suo medico, che aveva presumibilmente redatto la richiesta come prima visita per avere l’urgenza. Costui ricompila l’impegnativa come visita di controllo, obtorto collo, purché la situazione si sblocchi. Questa volta, dopo l’ennesima coda allo sportello, la richiesta viene accettata ma la visita viene fissata un mese dopo.

Trascorsi due mesi dal giorno in cui l’anatomopatologo aveva consegnato la busta nelle mani di Eloisa, finalmente il referto, distante una rampa di scale dalla sua destinazione, perviene al direttore del reparto, peraltro lo specialista che aveva richiesto l’agoaspirato. Il primario, appena legge il referto, prende il telefono e chiama un chirurgo suo amico , di una clinica convenzionata vicina , il quale appresa la diagnosi citologica, risponde al collega :” Mandamela subito che la ricovero e settimana prossima la opero.”

L’intervento determina l’asportazione di un voluminoso tumore tiroideo maligno, che si era infiltrato sotto lo sterno ed iniziava a comprimere la trachea. Eloisa dovrà continuare a sottoporsi a visite e terapie ed il ritardo diagnostico non dovrebbe aver compromesso il  buon risultato finale.

Pare che il primario endocrinologo abbia fatto altre telefonate con girate di capo ad un po’ di persone che se la sarebbero pure presa a male.

In questa piccola storia non si dovrebbe parlare di malasanità, alla fine tutto si è risolto, ma di come la burocrazia si stia impadronendo delle nostre coscienze, facendoci perdere il fine ultimo di ogni nostra attività. Nella sanità si dovrebbe agire per fare stare bene il prossimo, per curarlo ed aiutarlo, ed invece troppo spesso sono le regole, dettate da linee guida molto rigide ad imporre i comportamenti.

Ma lo stesso avviene in tante altre attività, si pensi per un attimo alle leggi sulla privacy, che ci costringono ad affrontare situazioni al limite del ridicolo, a firmare mari di scartoffie illeggibili ed inutili. Si obbedisce alla forma e si ignora la sostanza, si perde quel senso di umanità che dovrebbe essere alla base dei rapporti sociali.

In ogni attività professionale si assiste ad un continuo scarico di responsabilità perché ovunque si annida un’insidia burocratica; il fine ultimo non è più fare le cose per il bene altrui, ma uscire indenni da qualsiasi pratica, perché c’è sempre un Grande Fratello, idiota, che ti potrebbe punire.

In questa vicenda se si dovesse istituire un processo, paradossalmente chi rischierebbe di più è chi ha risolto il problema e salvato una vita, ovvero il chirurgo che ha asportato il tumore; infatti sarebbe criticabile per non aver osservato le liste d’attesa per gli interventi operatori, permettendo ad Eloisa di sopravanzare altri pazienti.

Signori, questa è l’Italia, o meglio, l’Europa.