Si tratta di una pubblicazione di ridotte dimensioni, appena 80 pagine di testo, quindi poco più di un opuscolo, in cui si tende a esaminare e giudicare lo scibile a partire addirittura dal profeta Isaia.

   L’autore (1947), cattedratico in quiescenza, latinista di ampia fama, è presidente di “AlmaLaurea” e della Pontificia Accademia di Latinità, direttore del Centro studi “La permanenza del classico” dell’”Alma Mater Studiorum- Università di Bologna”. L’elenco dei titoli è tale, che potrebbe esimere da critiche se non emergessero talora i giudizi conformistici, il tributo alle mode e alle tesi dell’universalismo, valide e giustificate nei secoli, in cui non esistevano gli Stati, fondati sulle leggi e sulle disposizioni cui attenersi. Nel rispetto, quindi, della parabola di Matteo (13, 24 segg.)., dopo aver separato il loglio dal grano, non mancano onestamente pagine ed osservazioni positive, sottoscrivibili e cariche di senno.

   Lo studioso pesarese  afferma, meritando il consenso totale, che “una lingua unica e internazionale, neutra e neutrale, è contro la storia e contro la natura dei singoli e dei popoli: è un crimine contro l’umanità  perché ognuno, individuo o popolo, è dotato di proprio lógos. E’ la lingua che fa l’identità di una persona, di un popolo, di una nazione. La storia ci ricorda che sono state le diverse lingue a fare la ricchezza dell’Europa”.

   E’ quindi scontato il consenso alla bocciatura del parallelismo ormai consacrato tra l’inglese = latino del XXI secolo, “non solo un abbaglio culturale, ma anche un errore tecnico”.

   Non si può ovviamente respingere Dionigi nel passaggio, in cui riconosce ed avverte, anche se le parole paiono destinate a cadere nel vuoto, che “Una delle cause principali della volgarità attuale è l’incuria delle parole, che necessità di una ecologia linguistica non meno urgente di quella ambientale […] Ora l’ escation dell’ambiguità del linguaggio non si ferma, anzi accelera, investendo l’ambito politico e istituzionale”, in una confusione di linguaggi e di valori, non solo aberrante ma innanzitutto avvilente.

   Per una volta va accettato Gramsci (Dionigi risulta essere stato, a leggere “Wikipedia”, militante del PCI), nella sua intuizione secondo cui i nuovi intellettuali organici ed i gruppi di potere sono per lo più figli dell’industria e della tecnologia. E’ legittimo quindi collegare a questa fondata valutazione il dilagante avallo bottegaio, arido e speculativo, ai contatti sempre più capillari e pieni di interrogativi con la Cina comunista.

   Dionigi osserva poi che “oggi il sapere tecnologico ha raggiunto un enorme potere, ma a esso non si sono parimenti accompagnate né libertà né giustizia”. Giudica inoltre  la politica dei nostri giorni misera e scadente,“non conosce più di dieci parole” e soprattutto “sconta nuove prove e contraddizioni, identificata al vertice con certo leaderismo di seconda mano e alla base con una moltitudine di piccoli superuomini [e superdonne] che danno vita ad una sorta di niccianesimo di massa”.

   E’ giunta l’ora di definire le responsabilità dei mezzi televisivi e delle trasmissioni dilaganti e deformanti, prime fra tutte quelle della galassia berlusconiana.

   In un ambito, quello scolastico, sulle cui rovine, provocate “da un terremoto continuo di riforme e riformette (brutta infiammazione la riformite)”, sono da pronunziare le parole forti e decise di Dionigi dirette ai legislatori: “fermatevi. Non cambiate ciò che funziona, perché, nonostante tutti i rivolgimenti, giudizi e pregiudizi, abbiamo ancora le scuole migliori d’Europa e non solo”.

   Va aggiunto comunque, però, nel rispetto della storia che ciò avviene in virtù di una tradizione e di una lezione del passato viva ed ancora, tra mille sabotaggi ed attentati, valida. 

                                                                           

IVANO DIONIGI, Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza, Milano, Solferino, 2019, pp. 94. €7.90.