Nel caos libico nato dal crollo della Jamahiriyya del colonnello Gheddafi un ruolo di primo piano verso la ricostruzione di uno stato unitario potrebbe giocarlo proprio Gheddafi. Si tratta, ovviamente, di Saif Al Islam, il secondogenito del rais libico che, all’indomani della sua liberazione del luglio del 2016, non ha mai fatto mistero della sua volontà di giocare un ruolo politico nel processo di ricomposizione della Libia, tanto da arrivare ad annunciare nei mesi scorsi la propria candidatura alle prossime elezioni. Un appuntamento con le urne che, tuttavia, sembra slittare al prossimo anno, considerato che la data del prossimo dicembre – fortemente voluta da Parigi – appare ad oggi assolutamente irrealistica.

Se Saif riuscirà o meno nel suo intento è, naturalmente tutto da vedere. Quel che già da ora appare ben più probabile è che senza il coinvolgimento della vecchia guardia gheddafiana difficilmente sarà possibile superare la lunga crisi libica. Tanto sotto il profilo politico che militare. Quanto a quest’ultimo punto, in particolare, va sottolineato come il generale Haftar – capo dell’Esercito Libico Nazionale ed uomo forte del governo di Tobruk – abbia nuovamente fatto appello agli ex militari della Jamahiriyya affinché sia arruolino sotto le bandiere delle unità a lui fedeli.

Quella di Haftar è una mossa che si presta ad una duplice interpretazione: da un lato, infatti, potrebbe rivelare una sostanziale debolezza dell’Eln, bisognoso dell’apporto di militari esperti – ufficiali e sottufficiali in particolare – per trasformare la congerie di milizie, battaglioni semi-indipendenti e reparti vari in qualcosa che assomigli davvero ad un esercito. Uno sforzo organizzativo che i veterani del colonnello Gheddafi potrebbero rendere molto più agevole. Dall’altra parte, però, non si può non prendere in considerazione un’altra eventualità, ovvero che il richiamo alle armi dei gheddafiani sia un’opportunità data ad una parte almeno della vecchia nomenclatura di rientrare dalla porta principale sulla scena politica libica. Un passo ulteriore dopo l’amnistia del 2015 di cui hanno beneficiato gli ex fedeli del colonnello per la campagna del 2011. Quale sarà la risposta degli ex combattenti gheddafiani – e degli ufficiali in particolare – lo si vedrà nelle prossime settimane, di certo sembra scorgersi un dialogo aperto tra questi ultimi ed Haftar. Il generale, del resto, per molti anni è stato un esponente di primo piano dell’esercito della Jamahiriyya prima della rottura con il colonnello.

Ma non sono solo Saif Al Islam e gli ex militari della Jamahiriyya gli unici possibili protagonisti del ritorno sulla scena politica libica dei gheddafiani, più o meno direttamente legati all’esperienza del regime ultraquarantennale del colonnello. Nei mesi scorsi, infatti, ha preso corpo un vero e proprio movimento – il Libian National Ghatering – che non fa mistero di voler raccogliere l’eredità politica dell’esperienza della Jamahiriyya. Dopo aver mosso i suoi primi passi nel 2016, il Libian National Ghatering è uscito allo scoperto nei mesi scorsi celebrando alcuni congressi ed annunciando la propria volontà di prendere parte alle elezioni.

Pur raggruppando ex combattenti lealisti e pezzi della vecchia nomenclatura gheddafiana, il movimento non sembra avere una visione nostalgica, piuttosto puntare su una prospettiva nazionale per superare la frammentazione nata dalla guerra civile – mai terminata, in realtà – del 2011. Una delle peculiarità del movimento, infatti, è quella di portare avanti un progetto di carattere “nazionale”, ovvero non fondato sull’appartenenza tribale. Un’impostazione rivoluzionaria, è il caso di dirlo, in un Paese come la Libia che già nel periodo gheddafiano si reggeva su un complesso gioco di equilibri tra le varie tribù e regioni, mentre all’indomani della “primavera” del 2011 ha visto non solo la partizione di fatto in realtà autonome come Cirenaica, Tripolitania, Fezzan e regione sahariana, quanto il trasferimento del potere reale nelle mani dei gruppi tribali.

Una prima indicazione sul ruolo che potranno ricoprire i gheddafiani nel futuro della Libia potrebbe arrivare già in occasione del vertice di Palermo del 12 e 13 novembre prossimo. Alla conferenza organizzata dal governo italiano – in continuità, giusto dirlo, con il lavoro svolto dall’ex ministro Minniti – parteciperanno i rappresentanti delle diverse realtà politico-tribali libiche, unitamente ai rappresentanti delle maggiori potenze. Un incontro che potrebbe finalmente portare ad un cambio di passo nella complessa vicenda libica e che, fin da ora, rappresenta un successo importante della diplomazia italiana. La conferenza di Palermo è un boccone duro da mandare giù per la Francia – nostro principale avversario nello scacchiere libico – che puntava ad elezioni generali per dicembre, un’ipotesi ormai irrealistica. Anche la partecipazione del primo ministro russo Medved, incassata dal premier Conte in occasione della sua visita a Mosca, è un importante risultato per l’Italia, anche in considerazione dell’ascendente che Mosca esercita sul generale Haftar. Proprio il Cremlino potrebbe spingere l’uomo forte della Cirenaica a prendere parte alla conferenza. A Palermo si ritroverebbero così intorno ad un tavolo tanto Haftar che Serraj, presidente del governo di Tripoli sostenuto dall’Italia, oltre a rappresentanti di alto livello dei Paesi interessati alla risoluzione della questione libica. Un buon viatico per il lavoro dell’Italia, impegnata in una difficile opera di mediazione tesa alla stabilizzazione della Libia ed alla salvaguardia dei nostri interessi strategici, minacciati dagli alleati-rivali di Parigi.