Settimana scorsa, sorprendendo osservatori e analisti occidentali, il portavoce ministro della difesa di Pechino Gens Yangsheng ha annunciato che «secondo i piani di Russia e Cina, le forze navali dei due Paesi effettueranno a metà maggio esercitazioni militari congiunte nel Mediterraneo». Nelle manovre saranno impiegate nove unità di entrambi gli Stati. Sono previste operazioni di salvataggio in mare, di rifornimento di carburante ed esercitazioni di tiro. Un messaggio politico forte, da non sottovalutare.

La presenza navale di Mosca nel Mediterraneo non è una novità. Già dai tempi di Caterina la Grande l’antico mare nostrum è stato attraversato da flotte russe. Il problema sono sempre stati gli approdi, al tempo degli zar come nel periodo sovietico. Tra i motivi del sostegno di Putin al legittimo governo di Damasco vi è anche la salvaguardia delle strutture di Tartus, la base navale russa in Siria. Sebbene non imponente, l’impianto è dotato di due bacini galleggianti, un laboratorio di manutenzione e, soprattutto, di tecnologie moderne per la cyberwar.

Diverso il caso della Cina. L’unica presenza militare risale ai tempi dell’Albania ultra comunista, quando tecnici e quadri asiatici cercarono di modernizzare la piccola e scassata flotta illirica regalando qualche motovedetta e rendendo operativi i tre sommergibili ex sovietici in dotazione alla marina di Tirana. Rotta la collaborazione con gli insopportabili balcanici nel 1976, Pechino si è a lungo disinteressata del Mediterraneo e solo nel 2011 la flotta cinese attraversò Suez per organizzare un ponte navale per l’evacuazione dalla Libia dei trentamila lavoratori cinesi rimasti bloccati dalla sciagurata guerra occidentale contro Gheddafi.