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Facciamo le persone serie e non occupiamoci, se non con una telegrafica denunzia, delle farse e delle sceneggiate del “presidente del Consiglio”. Dopo la freschissima “parata” navale a Ventotene e la riscoperta altisonante dello “spirito” salvifico del celebre quanto vacuo e vano “Manifesto”, assieme ai due “amiconi” Merkel e Holland, sentendo “puzza” di bruciato sul patto di stabilità, ha cominciato, come suo solito, a straparlare, con ironie su “questa Europa che discute di virgole” e attacchi e amenità come “L’austerity è un fallimento. Sono gli altri a violare le regole”. Occorrerebbe troppo tempo per ripercorrere le litanie pro Ue, recitate dal ragazzotto e le lodi in onore e sui meriti della cancelliera tedesca e del presidente francese. Limitiamoci a raccogliere, come prova della meschinità egoistica e strumentale delle rivendicazioni del toscano, la lezione impartita dal presidente del Partito popolare europeo, il tedesco Manfred Weber, non solo a Renzi ma anche ai suoi cantori: “Ci sono i tre pilastri fondamentali dello sviluppo economico, stanno tutti insieme e non dobbiamo dimenticarli: sono le riforme interne che assicurino la stabilità dei bilanci pubblici, poi gli investimenti, poi il controllo del debito pubblico. Non possiamo giocare dicendo, di volta in volta, questo mi sta bene e questo no”. Capito?

Chiuso il fastidioso tema, è ora ed è tempo di affrontare un tema sul quale si dovrebbe meditare, con l’obbligo di salvaguardare la propria identità storica, fonte della propria presenza politica. Miracolosamente, ma non tanto poi vista il clima di scontro tra Berlusconi e l’irriverente ed irrispettosa Lega, è stata presentata una nota di Dino Cofrancesco, in cui il cattedratico critica e denunzia l’inconsistenza e la vacuità pretestuosa di un pamphlet di tale Ettore Beggiato, distribuito da parte della Regione Veneto ed intitolato “1866: la grande truffa”. A proposito del plebiscito di annessione del Veneto all’Italia, all’articolo è stata data questa eloquente e dirimente intitolazione: “Plebisciti “senza valore”?. Ma il Risorgimento è un simbolo, non si tocca. Più che la conta dei voti, alle urne si affermò un principio: lo Stato nasce dalla volontà dei popoli”.

Purtroppo questo virus critico, questo nostalgismo cieco, questo revanscismo grottesco attecchisce nelle aree di destra più lontane dalla conoscenza storica e legate a tradizioni ancestrali (stavo per scrivere tribali), mai estirpate e combattute dai partiti nazionali, mentre sono sfruttate dai movimenti leghisti o localistici più soffocanti ed anacronistici. Nel 2011, in occasione di una manifestazione organizzata per celebrare il 150° anniversario di quella che era considerata l’Italia, avvenuta e proclamata nel 1870, subii la taccia di “uomo di sinistra”. Uno spettatore mi contestò, ritenendo offensive le mie critiche e le mie denunzie sulle condizioni di incredibile arretratezza sociale e strutturale e sullo spaventoso analfabetismo delle popolazioni del regno borbonico.

A proposito del Veneto e del “buon governo” austriaco, occorre citare almeno 3 momenti: a) nell’”Enciclopedia italiana”, pubblicata nel 1934, alla voce “Migratorie correnti”, è rilevato che sin dall’inizio del fenomeno, calcolato dal 1876 con sistemi credibili, ai primi anni del XX secolo “il Veneto serba il primato tra tutte le regioni italiane”; b) folta, partecipe e convinta è la presenza dei veneti nelle trincee della I guerra mondiale; c) se le condizioni di lavoro fossero state garantite, idilliache ed invidiabili, non avrebbe avuto ragione il trasferimento non temporaneo ma perenne di tanti nuclei familiari nei lavori della pianura pontina, poi definitivamente risanata.

Commossa e commovente è poi nel 1917, nei giorni spaventosi seguiti a Caporetto, la testimonianza del veneziano Luigi Luzzatti, il terzo ed ultimo presidente del Consiglio, dopo Fortis e Sonnino, ebreo: “I veneti che nell’avversa fortuna, la grande educatrice delle anime intemerate, ricordano i sublimi eroismi del ’48 e del ’49, vorrebbero che si rievocassero in questa Camera come luce ed ammaestramento di ciò che i popoli forti sanno sopportare per la grandezza e per la dignità della patria”.