Irregolare, stravagante, aristocratico, Tommaso Landolfi, fu narratore e traduttore dal russo, dal francese e dal tedesco, drammaturgo, poeta, saggista. Nacque a Pico Farnese, allora in provincia di Caserta, nel 1908, presto orfano da parte materna, fece studi irregolari. Nel 1928 si stabilì a Firenze, dove si laureò in Letteratura russa quattro anni dopo. Qui collaborò a “Campo di Marte”, a “Letteratura”, al “Mondo” di Pannunzio, dagli anni sessanta al “Corriere della Sera”. Grande viaggiatore, predisposto all’avventura intellettuale, nonché giocatore d’azzardo: “Concepisco, scrisse, ormai l’esistenza sotto l’aspetto del gioco ed essa mi parebbe vuota più di quanto mi paia ove questo mi mancasse”, in possesso di una vasta cultura Landolfi visse essenzialmente tra Firenze e Roma, dove morì nel 1979.

Non solo la vita come gioco, probabilmente la letteratura stessa del nobile scrittore meridionale ha radici ludiche, aperta al colpo di scena, al “caos” apparente, non rassicurante, antiborghese. Landolfi, evidentemente influenzato da autori quali Dostoevskij, Gogol e Puskin, ancora da Novalis, Hoffmann e Hofmannsthal, risulta complesso alla lettura, a causa dell’innesto non sempre pregevole, ma dall’impatto ottico ed intellettuale dirompente ed inquietante della variabile abnorme, fantastica, “maravigliosa”. Il ritmo narrativo risulta stralunato, grottesco, talvolta di freddo umorismo, anche se stilisticamente e formalmente spesso estroso. La narrazione ha un orientamento non lineare, frantumato da frequenti riflessioni e da repentini cambi di registro. La scrittura di Tommaso Landolfi possiede un vasto respiro europeo, nel rispetto della tradizione letteraria italiana, la vita dell’uomo viene influenzata da imprevisti labirintici, da leggi indecifrabili ed illogiche.

L’opera di Landolfi nasce già matura: “Dialogo dei massimi sistemi” (1937), una raccolta di sette racconti fantastici, ironici, raffinati, macabri e talvolta delicati. Ne “Il mar delle blatte” (1939), “La spada” (1942), “Racconto d’autunno” (1947), per approdare a “In società” (1962) e “Le labrene” (1974), dove viene mantenuta costantemente la linea surrealista già evidente nel 1939 ne “La pietra lunare”, un racconto lungo considerato lo scritto più completo, riuscito e rappresentativo del nobile intellettuale del sud Italia. Viene narrata la storia d’amore tra il protagonista e Gurù, donna-capra dotata di straordinari poteri, tra sogno e realtà, che porterà all’allucinata “liturgia” di morte finale causata dall’incontro onirico con altri esseri soprannaturali. Un incubo.

Ne “Cancroregina” del 1950 trova posto la vicenda di un astronauta che muore in orbita non potendo rientrare sulla Terra, interessante fase narrativa diaristica e monologante che vedrà inoltre compiersi ulteriormente ne “La biere du pecher” (1953), opera ambigua che gioca (mancano gli accenti) sul significato “birra/bara” – “peccatore/pescatore”, sembrerebbe trattarsi anche di una parodia dello stesso scrittore. Sempre presenti l’elemento strabiliante, ossessivo ed orripilante per mezzo anche di forme di vita elementari, insetti, mucillagini ed addirittura di interiora di animali.

Le ultime opere di Landolfi assumono caratteristiche liriche e filosofiche: “Rien va” (1963), “Des moi” (1967), dove l’autore in modo notturno ed eccentrico dipinge definitivamente il suo quadro esistenziale, il senso della vita e della morte.