Durante un pubblico incontro recentemente svoltosi a Torino, il Leader della Lega Matteo Salvini avrebbe fatto la seguente dichiarazione: “Per la scuola siamo l’unico paese che fa tre mesi di vacanze consecutive e, se non ci sono i nonni, siamo fregati”. La scuola è un arnese da maneggiare con cura, delicato e complesso. E’ anche un sistema di cento vasi comunicanti in cui, se eserciti una pressione da una parte, ottieni un effetto dall’altra.

Lo stesso Gentile – che era Gentile – fece la sua famosa riforma senza toccare troppo l’architettura dei cicli e dei tempi, ma puntando sulla qualità dei docenti. Quello dei tre mesi di vacanza è un vecchio refrain che nasce negli anni ’70 sotto l’azione di due spinte concomitanti: l’egualitarismo sessantottino e il donmilanismo che vedeva nella famosa “professoressa” l’agente della classe borghese incaricata di mantenere nella minorità sociale i figli del popolo.

Esso è da respingere con fermezza non solo e non tanto sulla base dell’aumento degli impegni cui i docenti italiani devono oggi attendere, ma su quella della specificità e delicatezza della professione. La quale comporta una dimensione di preparazione e di studio non quantificabile perché si esplica al di fuori del tempo scuola, e un durissimo impegno in aula, che chi non ha provato non è in grado di valutare, anche se sovente ritiene di farlo sulla base di antichi e nostalgici ricordi di studente.

D’altronde, che Salvini nutra una certa sottovalutazione (non voglio dire disprezzo) della professione degli insegnanti si intuisce da quel “se non ci sono i nonni, siamo fregati”. Bisognerebbe che egli riflettesse sul fatto che, per sollevare le famiglie dall’impegno di sorvegliare la prole in orario di lavoro, ci sono altre figure più adatte alla bisogna di insegnanti laureati in Lettere piuttosto che in Matematica: affidabili amici di famiglia, badanti, sorveglianti a ore. Ed eventualmente anche i nonni cui egli accenna hanno maggior titolo per farlo.