Da settimane gli ascari televisivi della sinistra e le portinaie mediatiche dei talk show ci somministrano interminabili sedute di autocoscienza collettiva nel tentativo autoreferenziale di spiegare, o per meglio dire di spiegarsi, la disfatta elettorale della sinistra.

Le elucubrazioni degli strapagati cervelloni politicamente corretti ondeggiano tra lo sgomento nel vedere stravolto il sistema politico tolemaico che ruotava intorno al PD, passato in un attimo da centro dell’universo ad oscuro ed inutile pianetino, e l’angoscia per un futuro finito secondo loro (inspiegabilmente) nelle mani degli odiati populisti e/o di pericolosi dilettanti piovuti da chissà dove.

Trovando in questo una non sorprendente sintonia con il crepuscolare e bizzarro Berlusconi di questi tempi, sempre più fuori dalle righe, anche lui spiazzato da risultati elettorali che gli hanno impedito di realizzare i suoi piani consociativi e con essi i suoi interessi. (Chi a destra crede ancora di poter resuscitare la vecchia coalizione farebbe bene a riflettere, ammesso che ne abbia la possibilità…).

Chiusi nei loro salotti radical chic, rintanati nelle ridotte assediate dei Parioli e del centro di Milano, ubriacati dalle loro chiacchiere autoreferenziali le eccelse menti della sinistra politicamente corretta hanno perso definitivamente il contatto con la realtà e non riescono a capire le vere ragioni della disfatta politica e dello sfacelo culturale che li stanno finalmente spazzando via dalla società italiana.

Un esempio perfetto di questa cecità ce lo fornisce Michele Serra, l’altezzoso e banale commentatore di Repubblica da sempre megafono dell’intellighenzia radical chic e dei suoi stereotipi da salotto.

Nella sua rubrica “L’Amaca” di qualche giorno fa l’ispirato intellettuale, con insopportabile arroganza e toni sprezzanti, illustra al volgo la vera essenza di certi fenomeni sociali. Prendendo spunto dai recenti episodi di bullismo nelle scuole a danno dei professori, l’insigne pensatore politicamente corretto ci spiega che oggi non è più la perfida borghesia ad opprimere i proletari, ma esattamente il contrario.

Sono le classi popolari, brutte, sporche, cattive e soprattutto male educate, con i loro comportamenti primitivi e sconveniente a molestare la borghesia colta, seria ed illuminata. I figli del popolino con i loro comportamenti figli dell’ignoranza e del sottosviluppo intellettuale, mettono a ferro e fuoco gli istituti tecnici e professionali mentre i loro “violenti” genitori, “ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita”, alimentano il cancro populista invece di redimersi con il PD e la sinistra, che per fortuna può contare sulla buona borghesia, i cui figli non si sognano nemmeno di fare i bulli nei licei dei quartieri eleganti dove infatti il PD ha (oramai solo lì) la maggioranza.

A metà strada tra le brioches di Maria Antonietta e il comitato centrale dell’aforisma di Berthold Brecht (“Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”), riciclando per l’occasione un po’ di vecchio ciarpame marxista fuori tempo curiosamente utilizzato al contrario, Serra spiega in poche righe meglio di un trattato cosa sia oggi la sinistra in Italia e il perché del suo fallimento epocale: un pugno di politici mediocri e incapaci ispirati da una congrega autoreferenziale di intellettuali spocchiosi e tracotanti, completamente avulsi dalla realtà, che detta la linea: il bullismo dei ragazzi è figlio del populismo dei genitori; controllare l’immigrazione clandestina significa essere razzisti; contrastare il traffico di esseri umani significa annegarli in mezzo al mare; non sono disoccupazione e povertà il vero allarme sociale, ma il ritorno del fascismo, e così via.

Le argomentazioni che il predicatore radical chic ci propina dal pulpito del giornale di Carlo De Benedetti sono talmente strampalate che non serve nemmeno confutarle con i fatti: secondo il rapporto ISTAT sul bullismo in Italia il fenomeno è più diffuso tra gli studenti liceali, il 19,4% dei quali dichiara “di avere subìto ripetutamente comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti”; quelli degli istituti professionali (18,1%) e degli istituti tecnici (16%) seguono e non precedono.

Al di la delle grottesche banalità da salotto di un personaggio inutile e sopravvalutato come Serra, il problema della deriva della scuola pubblica meriterebbe in realtà una seria riflessione.

Il degrado, forse oramai irrimediabile, è efficacemente rappresentato dal fatto che sulla poltrona che fu di Giovanni Gentile al momento sieda una tizia incapace di parlare correttamente l’Italiano ed il cui titolo di studio resta misterioso.

Non che la Fedeli sia stata preceduta da chissà quali geni, inclusi certi ministri dei governi di centro destra che non si sono certo tirati indietro quando si è trattato di dare picconate a quel poco che rimaneva della costruzione gentiliana e della sua evoluzione pensata da Giuseppe Bottai (“La carta della scuola”, 1939). Ovviamente nella totale indifferenza dei colleghi di governo della destra politica di allora, notoriamente in tutt’altre faccende affaccendati.

Il più importante intervento sull’educazione nazionale dall’Unità, ispirato dalla filosofia idealista e attualista del suo autore era fondato su pochi fondamentali principi guida, in forte discontinuità con la concezione classista ed elitaria che aveva caratterizzato l’approccio dello stato liberale prefascista, da Cavour a Giolitti.

La scuola pubblica come luogo fondamentale per la formazione dei cittadini, per la coesione della comunità nazionale e per la selezione rigorosamente meritocratica della classe dirigente. La centralità per lo Stato dei problemi dell’alfabetizzazione popolare, con la realizzazione di un modello innovativo di scuola elementare, dell’uniformità dei programmi educativi e dell’efficienza delle strutture educative. La valorizzazione della cultura nazionale come base della formazione dei cittadini. Il ruolo basilare della classe docente, intesa come fondamentale raccordo tra Stato e società.

Principi che nel dopoguerra il concorde egualitarismo di comunisti e democristiani ha combattuto in tutti i modi, soprattutto a partire dagli anni ’60, demonizzando come “classista” il concetto di selezione. Un approccio ispirato sia dall’egemonia della cultura marxista che trasferiva grossolanamente anche sulla scuola gli schemi della lotta di classe (la cd “scuola di classe”), sia dai nefasti e convergenti insegnamenti egalitaristi di discutibili maestri, come Don Lorenzo Milani, che hanno ispirato generazioni di insegnanti, di burocrati ministeriali, di responsabili del sistema educativo e dei suoi programmi.

I risultati di quelle predicazioni e delle mediocri scelte degli ultimi decenni sono quelli che vediamo oggi, paradossalmente criticati e disprezzati proprio da chi per anni le ha sostenute e imposte. Il rimedio consociativo alle asserite storture della scuola gentiliana si è rivelato peggiore del presunto male che avrebbe dovuto combattere. Il demonio della selezione (che nella scuola di Gentile e Bottai era meritocratica e non per censo) è stato sostituto dal voto politico, dal pezzo di carta per tutti, dall’accesso indiscriminato ai titoli di studio, abbassando paurosamente la qualità dell’istruzione e svilendo il valore dei relativi titoli. La classe docente è diventata un organismo burocratico mal pagato, precario, privo di formazione e di rispetto.

Così le disuguaglianze e le discriminazioni sociali nell’istruzione invece di sparire si sono accentuate a dismisura: chi, per estrazione sociale, può contare solo sulla scuola pubblica dopo anni di studio si ritrova tra le mani un pezzo di carta svalutato che gli permette di accedere solo ad opportunità limitate, perché le migliori restano riservata a chi può permettersi, grazie alle proprie condizioni economiche, costosi studi in prestigiose università private e/o master e programmi di studio e specializzazione all’estero.

Una bizzarra e drammatica, ma prevedibilissima, eterogenesi dei fini che però, notoriamente, non tocca i bramini della sinistra politica ed intellettuale i quali, arroccati nei loro eleganti salotti dei quartieri alti, da sempre mandano i figli a studiare nelle più prestigiose università Inglesi e americane lasciando che sia il popolino a godere delle conseguenze delle loro scelte miopi sciagurate.

S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche…