Passata “a nuttata” dell’emergenza Covid, prima a poi bisognerà affrontare la crisi reale della Scuola italiana, al di là dei numeri, degli spazi da riempire, delle carenze di personale. Ad oggi il quadro è disarmante: dei “mitici” banchi di nuova generazione ne sono disponibili soltanto 400mila (sui previsti 2 milioni), sulle 85mila immissioni in ruolo promesse ne sono state effettuate 22.500, rimangono 215mila posto vacanti, che saranno coperti dalle supplenze. Ma oltre questa fase emergenziale c’è molto di più.

C’è una crisi strutturale che richiede non solo risorse e chiarezza d’intervento, quanto soprattutto una visione di lungo periodo, in grado di guardare lucidamente al futuro e di bene interpretare, oggi per il domani, il ruolo che la Scuola dovrebbe avere. In ragione soprattutto della sua funzione che è quella di formare alla vita, di fare crescere i cittadini di domani, di trasmettere conoscenze e creare aspettative positive.

In realtà, negli ultimi decenni, a trionfare sembra essere stata l’idea della Scuola-azienda, portato di una visione vetero manageriale delle istituzioni scolastiche, burocratica, falsamente modernista (impegnata a rincorrere il mito della didattica digitale), più attenta ai numeri (come se producesse bulloni invece che nuovi cittadini, l’uno diverso dall’altro), inclusiva a parole, astratta (con il suo esoterismo didattico-pedagogico), impegnata, attraverso il cosiddetto insegnamento per competenze, a trasformare l’educazione e l’insegnamento in “addestramento”. La didattica tradizionale, fondata sulla triade spiegazione-valutazione-interrogazione, è stata così ribaltata, con i risultati  che, oggi, sono evidenti a tutti: perdita di qualità dell’insegnamento e trionfo dell’ideologia dei “contenuti minimi”, delle conoscenze e delle competenze essenziali richieste allo studente per accedere alla classe successiva.

E’ rispetto a questo quadro ideologico-gestionale che la Scuola va ripensata e riformata. Non è dunque solo una questione di spazi, di investimenti, di nuove tecnologie, quanto piuttosto di priorità, di visione  d’assieme, di indirizzi.

Che l’attuale titolare del dicastero dell’Istruzione sia un disastro è palese. Ma meglio di lei non hanno fatto i ministri che l’hanno preceduta: incapaci per le loro debolezze formative, ma anche succubi degli ideologismi “progressisti” che dagli Anni Settanta in poi hanno condizionato gli orientamenti pedagogici e, più in generale, la cultura sociale.

Meglio allora abbassare l’asticella delle conoscenze e baloccarsi con le “competenze” flessibili, con il livellamento antimeritocratico, con lo svuotamento della figura-simbolo dell’insegnante, nel segno di una generica interdisciplinarietà, annacquata e spesso inconcludente.

In questo contesto anche il confronto competitivo tra Scuola pubblica e Scuole paritarie si è andato via via perdendo, mettendo a rischio la stessa tenuta del delicato equilibrio del sistema scolastico. Che cosa accadrebbe se i 13mila istituti paritari italiani (con 900mila studenti) dovessero chiudere ? Di fronte a questa massa  di studenti le emergenze delle ultime settimane apparirebbero poca cosa. Ed allora, anche qui, una riflessione più matura e meno ideologica andava fatta, in occasione proprio con l’emergenza Covid, lavorando per un’organica integrazione pubblico-privato, soprattutto degli spazi e , più in generale, delle esperienze.

Lascia costernati  – in estrema sintesi –  il minimalismo di quanti vedono nelle “sedute innovative” (i banchi con le rotelle) uno dei passaggi cruciali per la “tenuta” della Scuola 2020. Di ben altro occorre iniziare a parlare e ben più alta dovrebbe essere la consapevolezza di chi in questo ambito si trova ad agire. Sulla Scuola – non è una novità – si gioca la partita cruciale del domani.  Ridurre tutto ad un problema contabile (o di “rotelle”) significa non comprendere i tratti reali della sfida, che riguarda certamente il futuro della Scuola, ma con essa  soprattutto il nostro futuro nazionale.