Prima di tutto, i fatti. Una docente di una scuola fiorentina dichiara agli studenti: “Liliana Segre non la sopporto. E anche voi, ragazzi, non vi fate fregare da questi personaggi che cercano solo pubblicità”. Lo “dichiara” o lo “avrebbe dichiarato”? Questo è un primo aspetto della questione: la stessa “Repubblica”, che ha attribuito al caso un particolare rilievo, utilizza il condizionale e non l’indicativo. Ci si può quindi chiedere se le parole della docente siano state riportate in modo corretto, anche tenuto conto che la classe in cui sarebbero state pronunciate è di media inferiore, quindi di studenti particolarmente giovani.

La realtà di tali parole avrebbe dovuto essere appurata con scrupolo dal Dirigente scolastico, il quale però – l’abbia fatto o meno – pare le abbia giudicate da subito come particolarmente gravi, in quanto ha invitato l’insegnante  (modo, questo, indicativo) a non presentarsi a scuola.

Dopo i fatti, le nostre valutazioni. Il procedimento disciplinare nella pubblica Amministrazione, e pertanto nella Scuola, prevede dei passaggi obbligati anche se non particolarmente farraginosi: la contestazione d’addebito da parte del Dirigente, l’audizione del docente in eventuale compagnia di un avvocato o di un sindacalista, l’eventuale presentazione di una memoria scritta a difesa, infine l’irrogazione della sanzione disciplinare o l’archiviazione. Non risulta, per quanto i poteri dei DS si siano negli anni ampiamente dilatati, che egli possa allontanare il docente con una semplice telefonata, negandogli il diritto al contraddittorio e alla difesa. Ciò, a meno che la sua presenza nell’istituto non comporti un rischio grave ed attuale per la restante popolazione scolastica, il che nella circostanza sembra da escludere.

In secondo luogo, se le sue parole sono quelle riportate da Repubblica, l’insegnante ha certamente espresso un giudizio superficiale e ingiusto: la senatrice Segre non ha bisogno di farsi pubblicità, semmai sono altri che gliela fanno non sempre richiesti, a giudicare dal fatto che ella ha già dimostrato qualche fastidio per le continue chiamate in campo. In ogni caso, un giudizio ingeneroso e gratuito non merita, a nostro avviso, una punizione simile a quelle che infliggeva il re Sole avocando fra le sue mani insieme il potere legislativo e il giudiziario. Con la differenza che quel despota illuminato quanto meno usava sottoscrivere le famose lettre de cachet che contenevano l’ordine di carcerazione. Ai reucci della scuola italiana è sufficiente sollevare la cornetta del telefono.