La decisione di Matteo Salvini di lasciarsi processare, è moralmente lodevole, ma strategicamente pericolosa, in quanto, è prevedibile che andrà a finire male. Possiamo criticare l’ex ministro dell’Interno su molte questioni, sia nello stile sia nella sostanza, tuttavia è necessario sottolineare che sulla vicenda della “Gregoretti”, ha ragione da vendere. A differenza di Silvio Berlusconi però, che conoscendo la “politicizzazione” di una parte della  magistratura ha sempre cercato di sfuggire alla tanaglia delle toghe rosse, Salvini ha chiesto ai parlamentari della Lega di non partecipare al voto in Parlamento.

Salvini ha scelto il martirio. Ci sono almeno due valide ragioni per considerare vergognoso il voto del Senato a favore del processo. In primo luogo c’è da considerare il comportamento subdolo del Movimento 5 stelle e dello stesso Premier Giuseppe Conte: l’azione dell’allora ministro dell’Interno, era condivisa da tutto il governo, e dalla maggioranza “gialloverde” che lo reggeva, e comunque sia, il Presidente del Consiglio è “legalmente” responsabile delle azioni dei suoi ministri. Ma soprattutto è assurdo definire la decisione di chiudere i porti,  “sequestro di persona”. Salvini, ha fatto l’unica cosa possibile per fermare l’invasione d’immigrati irregolari che non era più sostenibile per il nostro Paese.

Con l’inchiesta della magistratura e l’autorizzazione del Senato a procedere, abbiamo introdotto un precedente pericoloso: non è possibile difendere i confini nazionali. In un solo colpo hanno colpito il principio di sicurezza nazionale e, soprattutto, hanno preso di mira un avversario politico che non sono in grado di sconfiggere politicamente. Perché a dispetto delle sinistre, la Lega continua ad avere un consenso fortissimo.

Come Craxi e Berlusconi, anche Salvini si cerca di eliminarlo per via giudiziaria. Adesso sono possibili due sbocchi: o decapitando la Lega dal suo leader si accrescerà il consenso elettorale del suo partito, oppure i voti “di destra”, si trasferiranno in Fratelli d’Italia. In tal caso però, c’è da scommettere che il prossimo obiettivo della magistratura rossa possa essere proprio Giorgia Meloni. Questo significa che se non si fa una riforma della giustizia, non se ne esce. Purtroppo, al momento attuale, stiamo imboccando esattamente la strada opposta, infatti, l’attuale governo giallorosso, sta prendendo sempre più una deriva giustizialista e “manettara”, sebbene, ovviamente, a senso unico. Basterebbero le deliranti parole del ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede secondo il quale “gli innocenti non vanno in carcere”; parole che potrebbero essere facilmente smentite con semplici  esempi, tra i tanti, il caso “Enzo Tortora”.

E per suggellare questo turpe andazzo, il governo si affanna ad abolire la prescrizione: invece di accorciare i tempi dei processi, minacciano di renderli eterni, rovesciando il principio di presunzione di innocenza fino a prova contraria. Si smarrisce la memoria garantista esemplificata da aforismi quali quello di Voltaire: “È meglio rischiare di salvare un colpevole, che condannare un innocente”. Ma sarebbe sufficiente, volando più basso, rammentare un lucido e intenso film drammatico del 1971 con Alberto Sordi come, “Detenuto in attesa di giudizio”, di Nanny Loy.

Dopo le grida d’allarme sul populismo e sul sovranismo, alla prova dei fatti, abbiamo potuto assistere alla differenza morale tra sinistra e destra, con i postcomunisti (alleati con i grillini), che minacciano le libertà, e i postfascisti che difendono “lo  Stato di diritto”. Questo governo, oltre a non essere stato eletto e a non godere del consenso popolare, è visceralmente pericoloso, e prima se ne va a casa e meglio è per gli italiani. Un’emergenza che – bisogna riconoscerlo – è stata percepita anche dall’ex Premier Matteo Renzi, che proprio sul tema della prescrizione, si è messo di traverso, e non certo per “calcolo politico”, al punto di minacciare in queste ore, la caduta del governo.