Quarantacinque anni, praticamente una vita. La vita spezzata del 18enne Sergio Ramelli sprangato sotto casa a Milano il 13 marzo 1975 e morto il 29 aprile dopo 47 giorni di agonia.

A fracassargli il cranio a colpi di chiave inglese è un gruppo di studenti di Medicina militanti di Avanguardia operaia. La colpa di Ramelli è di essere un «fascista» del Fronte della Gioventù. Quella dei suoi assassini di esser così accecati da odio e ideologia da ignorare, pur studiando Medicina, il valore della vita, il significato della compassione e, più banalmente, la carica letale delle chiavi inglesi usate per colpirlo. Oggi in un anno in cui tra l’anniversario dell’aggressione e la morte di Ramelli contiamo più di 20mila vittime falcidiate dal coronavirus può sembrar inadeguato ricordare quella morte lontana. Anche perché alcuni dei suoi assassini, pagato il conto con la giustizia, vestono il camice bianco simbolo dell’abnegazione di chi combatte il coronavirus. Ma a darcene l’occasione è uno di loro.

Il suo nome è Claudio Colosio. Quarantacinque anni fa è uno dei «pali» dell’agguato. Mentre Giuseppe Ferrari Bravo e Marco Costa massacrano Ramelli, lui e qualche altro guardano loro le spalle. Dieci anni dopo racconta la sua verità ai giudici. Firma assieme ad altri correi un’algida lettera di scuse alla madre di Ramelli, le offre 200 milioni di lire (rifiutati) a titolo di risarcimento e si ritrova condannato a 15 anni ridotti a 7 anni e 9 mesi in appello. Oggi Colosio insegna Medicina del lavoro alla Statale di Milano, guida un’unita dell’Ospedale San Paolo e si occupa per l’Organizzazione mondiale della sanità di contenere i contagi negli ospedali. Una carriera brillante nonostante una colpa che poteva costare la radiazione dall’Ordine dei medici. Non diversa da quella del dottor Claudio Scazza condannato a 11 anni (6 in appello) nello stesso processo ed oggi primario all’ospedale Niguarda di Milano. O da quella di Antonio Belpede, primario a Barletta nonostante la condanna a sei anni per correità.

Ma il passato a volte ritorna. A metà aprile le segnalazioni su quel passato spingono la Regione Lombardia ad estromettere Colosio dal Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Coronavirus. Colosio non protesta. «Mi ritrovo a fare i conti – dichiara – con una triste vicenda accaduta 45 anni fa. Fatico a parlare di una storia che ha causato tanto dolore. Credo sia il momento di pensare ad una vera riconciliazione nazionale, anche a fronte della tragica emergenza che stiamo vivendo. Spero che i giovani non ripetano più gli errori del passato». È vero, il dottor Colosimo paga per delle colpe già scontate penalmente. Ma chi veste il camice bianco, chi giustamente aspira a veder riconosciuti i meriti del presente e non solo gli errori del passato ha doveri che vanno al di là della responsabilità penale.

Nessuno dubita che per Colosio il volto di Sergio Ramelli non sia più quello di un nemico, ma di una vittima diventata nemesi e fantasma. Né che creda sinceramente nella riconciliazione nazionale. Ma non può raccontarlo solo a se stesso. O a chi lo intervista. L’anniversario che lo perseguita cade a quattro giorni da quel 25 aprile in cui alcuni continuano ad invocare quell’antifascismo militante che trasformò lui e i suoi complici in spietati assassini. Se desidera mettersi alle spalle quel passato trasformi il pentimento per l’errore e l’orrore di quel 13 marzo da privato in pubblico. Vada nelle scuole, tenga conferenze, racconti a chi ha oggi l’età della sua vittima perché la vita di un uomo vale più di ogni ideologia e di ogni odio. Metta al servizio dei concittadini non solo il suo brillante lavoro di medico, ma anche le sue colpe passate, il suo pentimento presente. Ramelli riposerà più in pace. E lui potrà guardare in faccia non solo il proprio passato, ma anche chiunque torni a rammentarglielo.