Cari lettori, In uno Stato liberale gli omosessuali hanno il diritto di non essere discriminati e insultati, di godere dei diritti civili, di contrarre una unione conforme alle loro esigenze. Ma non credo che abbiano il diritto di costringere al silenzio, soprattutto in Paesi dove il cristianesimo è fortemente radicato, coloro per cui soltanto il matrimonio fra uomo e donna ha l’autorità della tradizione e il crisma della moralità. Ho l’impressione che alcune associazioni e gruppi di pressione stiano chiedendo più di quanto sia utile e necessario. È difficile immaginare che le due unioni (quella fra persone di sesso diverso e quella fra persone dello stesso sesso) possano coesistere l’una accanto all’altra come opzioni altrettanto utili alla soluzione di un problema. È difficile immaginare che una parte importante della società rinunci alla proprie convinzioni e smetta di manifestare la propria disapprovazione. Uno Stato liberale deve evitare lo scontro e garantire a tutti il godimento dei propri diritti. Ma non può spegnere le discussioni e i confronti senza mancare alla propria natura e alle proprie funzioni. Il caso Barilla, in particolare, è quello di un industriale che lavora per la cucina, vale a dire per quella che in altri tempi veniva definita, con un pizzico di retorica, il cuore della casa. È inevitabile, quindi, che le campagne pubblicitarie della sua azienda siano indirizzate alle famiglie. Interrogato, forse un po’ troppo maliziosamente, sui destinatari preferiti di queste campagne, ha detto con franchezza che sono le famiglie tradizionali. Vi piacerebbe vivere in un Paese in cui chiunque osi dire in questa materia ciò che pensa è costretto a fare pubblica ammenda per le sue parole? A me no.

 

Sergio Romano. Corriere della Sera