Da oggi, 29 aprile, sarà disponibile in tutte le librerie Mondadori (da maggio nelle fumetterie Panini) “Sergio Ramelli. Quando uccidere un fascista non era reato” la graphic novel di Marco Carucci e Paola Ramella che racconta, esattamente 42 anni dopo i fatti, la tragica vicenda del giovane militante del Fronte della Gioventù milanese ucciso a colpi di chiave inglese da un gruppo di comunisti di Avanguardia Operaia.

L’iniziativa, interessante ed innovativa, è della giovane casa editrice d’area Ferrogallico che si propone lo stimolante obiettivo di “tramandare memorie, personaggi e storie sui quali grava il velo di silenzio e oblio del conformismo culturale, del politicamente corretto” ed ha in programma a breve altre due pubblicazioni analoghe, una su Almerigo Grilz e l’altra su Acca Larentia. Ulteriore testimonianza della vivace e dinamica elaborazione culturale che si registra oggi a destra, purtroppo non sempre seguita e da un’altrettanto efficace elaborazione politica.

L’opera sceneggiata da Marco Carucci, che si è basato sugli atti giudiziari e su testimonianze di prima mano, e disegnata da Paola Ramella in 144 tavole e più di mille vignette, ha richiesto un intero anno di lavoro e fornisce un interessante contributo alla conoscenza di una vicenda che ha segnato profondamente la storia politica milanese (e non solo) e tutti quelli che in un modo o nell’altro vi sono stati coinvolti.

Tra questi va innanzitutto ricordato il giudice Guido Salvini, autore della prefazione (che varrebbe da sola il prezzo del libro), il magistrato che, da giudice istruttore, conducendo un’inchiesta rigorosa e difficile ha reso giustizia a Sergio Ramelli evitando che il delitto rimanesse impunito come tanti, troppi, altri. Il suo racconto è estremamente interessante, non tanto per la vicenda processuale in sé, oramai ben nota, quanto per la descrizione del contesto nel quale si era sviluppata. Dall’arrivo sul suo tavolo di quell’esile fascicolo giallo, dimenticato in un armadio per quasi dieci anni e destinato all’archiviazione come “reato a opera di ignoti”, alla scoperta che erano in molti a sapere la verità, anche se nessuno aveva mai pensato di rivelarla nè vi era mai stata da parte di nessuno una minima crisi di coscienza, fino all’arresto dei colpevoli.

Figli della buona borghesia milanese, divenuti oramai professionisti in carriera che avevano archiviato senza problemi il delitto come fosse una specie di gioco di società passato di moda, ben protetti dal “conformismo ideologico e culturale” del loro ambiente che non aveva mancato di fare arrivare al giudice Salvini e al suo collega Grigo, all’interno del Palazzo di Giustizia, l’amichevole consiglio di lasciare perdere quella vecchia storia. [Ndr: Ambiente milanese non molto cambiato nemmeno oggi, visto che recentemente, ad una cena, mi è capitato di ascoltare l’esimio professore di una prestigiosa università cittadina vantarsi di quando “da ragazzi il nostro passatempo era bruciare i covi dei fascisti e dare una bella lezione a quegli str… che c’erano dentro”].

Non erano mancati nemmeno i soliti attacchi strumentali ai due giudici istruttori, definiti “reazionari” ed accusati di volere “processare il ‘68” con tanto di loro colleghi magistrati che partecipavano ad incontri pubblici di protesta organizzati in difesa degli arrestati (uno era fratello del segretario milanese di Magistratura Democratica). La confessione dei colpevoli e le prove schiaccianti raccolte nel famoso covo abbandonato di via Bligny (c’era anche il filmato dei funerali girato da A.O. per identificare i partecipanti) avevano poi messo fine alla disgustosa gazzarra.

Fare riemergere tutti gli aspetti della vicenda e ridare luce a tutte le sue sfumature è il merito principale dell’opera di Carucci e della Ramella i quali, riempiendo un vuoto, ci presentano con grande suggestione una figura di Sergio Ramelli a tutto tondo e visualmente ben caratterizzata. Il racconto ci restituisce la vita di un ragazzo adolescente che come tanti altri giocava a calcio, frequentava l’oratorio, aveva una ragazza, viveva in famiglia, aveva i capelli lunghi e che, più di tanti altri, si dedicava ad un impegno politico consapevole e senza retorica.

Molto suggestivo è il contrasto tra questa vita “normale” e l’escalation di brutale violenza che la distruggerà: i pestaggi al Molinari, l’indifferenza, se non complicità con i violenti, dei professori, le minacce alla famiglia, il processo sommario per il tema sulle B.R., le scritte sotto casa, l’angoscia dei genitori, la pianificazione del delitto e la sua esecuzione.

Il tutto reso straordinariamente dalla grande forza espressiva dalle immagini, incisive ed essenziali, di Paola Ramella, tutte giocate su sfumature di grigio e perfettamente integrate con il taglio sobrio e preciso della sceneggiatura di Marco Carucci, mai retorica né minimamente enfatica. Un lavoro molto complicato quello della disegnatrice triestina, che aveva a disposizione solamente le uniche tre immagini esistenti di Sergio a quell’età: la foto tessera che tutti conosciamo, una fotografia con la squadra di calcio e un’altra di profilo.

Da queste, con un grande impegno e raggiungendo anche una straordinaria empatia con il personaggio, che prima praticamente non conosceva, la Ramella è riuscita a creare una rappresentazione visiva efficace e credibile destinata a recitare un ruolo importante nella memoria di Sergio Ramelli.

 

SERGIO RAMELLI

QUANDO UCCIDERE UN FASCISTA NON ERA REATO

Marco Carucci, Paola Ramella

Ferrogallico, Milano 2017

Ppgg. 140-  19,00 euro