Non c’è bisogno di scomodare Friedrich Nietszche e la sua seconda considerazione inattuale, “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”, per commentare la gigantesca belinata che ci ha propinato Davide Serra, rampante finanziere italiota con base a Londra, pervenuto ad una certa notorietà grazie ad una sin troppo strombazzata amicizia con Matteo Renzi ed alla sua incondizionata ammirazione per le meraviglie (invero un po’ ammaccate) del renzismo.

Il garrulo genio degli affari, che non perde occasione di commentare – spesso con grammatica e sintassi approssimative – i fatti del mondo e soprattutto le vicende italiche, schierandosi naturalmente contro l’ignorante e pericolosa marmaglia populista, stavolta ha deciso di somministrarci una interessante lezione di storia via twitter:

“In Europa, abbiamo combatutto [sic] 2 guerre mondiali per sconfiggere Comunismo e Nazismo/Fascismo. Con EU abbiamo oggi Democrazie Liberali. Queste sono attacate [sic] dai Populisti (Trump, Brexit No EU e N€uro). Rischio oggi e’ enorme. #resistenza al Populismo e’ un dovere Civile!”

Inutile persino commentare nel merito, vista l’enormità e la quantità di strafalcioni (comici o tragici?) concentrati in così poche righe; casomai bisognerebbe ricordare al giovane finanziere nonché apprendista storico che il primo dovere di una società civile sarebbe piuttosto combattere l’ignoranza anche, e soprattutto, quando si annida nelle classi più o meno dirigenti e si accoppia ad arroganza e presunzione.

Detto che si conferma che per fare soldi intelligenza e cultura non servono, anzi probabilmente sono persino dannose, carmina non dant panem come sappiamo da secoli, l’episodio – di per sé pittoresco e marginale – si presta a qualche considerazione più profonda.

Non è la prima volta che un esponente dell’elitaria ideologia globalista-europeista si esibisce, più o meno consapevolmente, in esternazioni che manipolano la storia a favore di una stucchevole ed artificiale narrazione pro UE.

Ricordiamo come pochi mesi fa Antonio Tajani abbia raccontato al Parlamento Europeo che “Grazie a Dio, queste due dittature [Fascismo e comunismo] sono scomparse grazie all’Unione Europea” e sappiamo anche che non passa giorno senza che qualcuno, anche dai pulpiti più alti, ci ricordi che dobbiamo pace, felicità e prosperità all’Unione Europea (come sanno bene i poveri Greci).

Come se ad impedire alla Germania di attaccare di nuovo la Linea Maginot, agli Spagnoli di scannarsi tra loro o alla Russia sovietica di marciare verso Ovest siano stati non Yalta, la guerra fredda, l’esercito americano e i decenni di equilibrio del terrore tra i due blocchi, ma quella che in fondo non era niente di più che una semplice unione doganale, denominata prima MEC e poi CEE.

Oppure quel pachiderma burocratico e autoreferenziale oramai al servizio dell’egemonia tedesca e di potenti interessi finanziari chiamato UE, che esiste solo dal 1993 (quando le bieche dittature erano già sparite da tempo) e che ogni giorno assomiglia sempre di più a quello immaginato da Walther Funk nel 1942 con tanto di moneta unica.

La corretta chiave di lettura ce la fornisce George Orwell nel suo sempre più profetico 1984: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.

E’ probabilmente questo il vero scopo delle grossolane manipolazioni della storia dalle quali siamo quotidianamente bersagliati.

Nel suo romanzo Orwell ha descritto perfettamente scopi ed effetti sia della neolingua politicamente corretta che della storia riscritta in base alle esigenze politiche del momento.

Tanto più che gli strumenti critici e culturali disponibili per la difesa di chi viene bombardato da balle a grappolo sganciate con tutti i mezzi sono sempre di meno e sempre più rari.

Un’inchiesta di Repubblica (che per una volta fa a qualcosa di utile) ci spiega che l’insegnamento della storia all’Università è al tracollo: gli storici impegnati nell’università italiana sono passati dai 1070 del 2001 ai 754 di oggi. Quasi un terzo delle cattedre è sparito.

In compenso gli economisti (inclusi evidentemente certi giullari che vediamo nei talk show e in parlamento) sono cresciuti: da 3896 a 4862 e gli ingegneri industriali da 4340 a 5530.

Giusto, ovviamente, seguire il mercato e l’evoluzione del mondo del lavoro, ma uno stato serio dovrebbe anche preoccuparsi nella giusta misura della cultura generale e della formazione dei propri cittadini, che nel lungo termine ha un impatto sulla società non meno rilevante di quello della formazione tecnica.

Tanto più visto lo stato disastroso dei licei e della scuola pubblica, da troppo tempo in balia di ministri improbabili ed inadeguati, dalla Gelmini alla Fedeli (e anche adesso la musica non sembra cambiata), che una pessima politica bipartisan ha catapultato, a turno e senza ritegno, sulla poltrona che fu di Giovanni Gentile.

Anche per questo le grottesche barzellette di un Davide Serra o di un Antonio Tajani non possono farci ridere.