Autarchia.  Un po’ di autarchia ci salverà? Pensate che il termine non sia appropriato? Che in regime di autarchia gli Stati vacillano e le nazioni periscono? In epoca fascista, l’autarchia fu l’antidoto per arginare i contraccolpi della Grande guerra e fronteggiare la crisi del ’29. Il richiamo a quel periodo e a quella esperienza potrebbe indurre a ritenere, in un mondo globalizzato, che sia una idea azzardata, inopportuna e pericolosa.

Eppure, osservando come vanno le cose, in epoca di pandemia da Coronavirus, non ci vuole molto a capire che, per rimettere in moto l’economia nazionale, ci vorrà qualcosa in più di una pur indispensabile iniezione di liquidità per imprese e famiglie. Con un’Unione europea bloccata, preda di egoismi, frammentata e divisa tra il Nord calvinista e un Sud mediterraneo, vittima di se stessa, delle sue incongruenze e debolezze congenite, priva di un ancoraggio politico unitario, ingolfata in meccanismi tecnocratici, incapace di sfuggire alla morsa di una asimmetria economica e finanziaria che, finora, ha migliorato le condizioni di chi stava già meglio di noi, al debutto dell’euro, e ha continuato a migliorare le proprie performance, successivamente, grazie soprattutto al surplus commerciale di cui ha goduto con l’austerità imposta da Bruxelles  – ci riferiamo, ovviamente, alla Germania, in primis, e poi all’asse che comprende i Paesi del Nord -, mentre altri popoli, come in Grecia, sono stati spinti nel baratro di un tracollo disastroso, non soltanto per responsabilità proprie: quando ancora potevano salvarsi, qualcuno a Bruxelles ha messo loro il cappio alla gola, pur di tutelare le banche tedesche; con questa Unione, dunque, a conti fatti, c’è poco da sperare.

Lo hanno capito, ormai, anche i meno euroscettici. Ci vorrebbe una Europa diversa, rifondata, ritemprata da una visione condivisa e inorgoglita da un  comune destino. Una Europa dei popoli e della politica. Una Europa incardinata nella sua millenaria Civiltà. Impresa titanica. Resa più ardua dalla pochezza delle classi dirigenti, prima ancora che dalle differenze che, puntualmente, spuntano, tra i 27 Stati che la compongono, a scandire storie, culture, identità, lingue.

Se la strada del futuro è lastricata di insidie, la peggiore condotta sarebbe quella di proseguire a occhi chiusi ripetendosi che andrà tutto bene. Non prendiamoci in giro. E’ difficile credere, sotto l’onda perversa di un virus che ha incrinato consolidate certezze e messo in mostra le fragilità di modelli di vita e sistemi economico-finanziari deregolati e privi di controllo, che l’umanità si adatterà facilmente alla scomparsa di tutto quello che ha costruito. Per evitare il declino e la morte delle civiltà, non c’è, però, altra via per le società umane se non quella di cambiare rotta e prenderne coscienza. Se non si cambia rotta, se non cambiamo politiche e modifichiamo comportamenti individuali e collettivi, non ce ne sarà per nessuno. Questo è il punto.

Prendiamo le politiche di sviluppo. In una Paese come il nostro, una politica industriale degna di questo nome, un piano che individuasse asset strategici rispetto ai quali lo Stato non può ritrarsi, e verso cui convogliare adeguate risorse, non sono stati mai, coerentemente, messi a punto. Ad eccezione del dopoguerra, quando, per risollevare il Paese dalle macerie, con l’Iri e un sistema bancario cooperativistico, si produsse il “miracolo italiano”, e l’Italia acquisì la fisionomia di paese industriale, puntando sul Made in Italy. Di lì a non molto, furono toccate punte di eccellenza, garantite occupazione e meno sacche di povertà.

Erano i tempi in cui si programmava il futuro con piani quinquennali e decennali. Michael Porter, ancora negli anni Ottanta, in un poderoso studio su “Il vantaggio competitivo delle nazioni”, inseriva l’Italia tra le nazioni da studiare e prendere a modello per energia competitiva in alcuni settori peculiari. Nello stesso tempo, però, Porter metteva in guardia da facili illusioni e false convinzioni. Come credere che l’intensificarsi della globalizzazione della concorrenza avrebbe fatto diminuire il ruolo delle nazioni. “Le differenze nazionali di carattere e di cultura – scriveva – lungi dall’essere minacciate dalla competizione globale, sono un fattore integrale per aver successo in tale competizione”.

Non aver capito il nuovo e diverso ruolo delle nazioni nella concorrenza è stato, forse, l’errore più grande che sia stato commesso negli ultimi tempi. Ecco, allora, che cosa si vuole intendere invocando un po’ di autarchia. Nel tempo che è concesso per rimetterci in piedi, sarà molto meglio puntare sulle nostre risorse: dall’agricoltura alle bellezze naturali e artistiche, dalla vocazione mediterranea al manifatturiero di qualità e alle tecnologie innovative, ad alto valore aggiunto, dove il genio italico e la laboriosità della nostra gente non temono confronti.