Eugenio Scalfari dixit. Su “Repubblica” di domenica scorsa ha stilato la sua lista dei “presidenziabili” per il Quirinale. Ed è sorprendente che non abbia messo in “forse” nessuno dei “nominati”. Il dubbio non lo ha nemmeno sfiorato, ed è curioso in un cartesiano del suo calibro. Beato lui che vive di queste pallide certezze politiche alla sua veneranda età e con la sua esperienza che dovrebbe suggerirgli quanto meno la prudenza degli avveduti considerando che nessun presidente previsto, salvo De Nicola (ma non fa testo) o ampiamente pronosticato, è mai uscito dall’urna. I casi di Merzagora, di Fanfani, di Moro, di Andreotti, di Prodi sono emblematici al riguardo. E si spiega piuttosto semplicemente: i partiti politici, per quanto sgangherati, hanno avuto e continuano ad avere pur sempre la golden share sull’elezione del Capo dello Stato rispetto alle fantasie, indubbiamente fondate, degli ottimati, categoria alla quale Scalfari appartiene di diritto.

Per cui le degnissime candidature avanzate dal fondatore di “Repubblica” – Draghi, Visco, Conte, Gentiloni, Enrico Letta, Prodi e perfino Zingaretti – dovranno, insieme con altri candidati, passare al vaglio delle forze politiche, le quali si accorderanno non su un nome esimio, ma su un personaggio che nel momento della elezione rispecchia gli equilibri e li garantisce subito dopo in vista delle consultazioni politiche che si terranno nell’anno successivo. Ed in questo passaggio può accadere di tutto. Sia che passi uno dei più gettonati, sia che venga fuori un outsider, come è frequentemente accaduto nel passato, con buona pace dei playmakers che si stanno affrontando, per ora nei salotti e sui giornali, sulle soluzioni più idonee.

Nel firmamento scalfariano, per restare alle sue non peregrine ipotesi, non è contemplato nessuno che non venga dall’establishment quando, invece, molto umilmente ci par di capire che manovre anti-elitarie sono in corso per far sì che nel 2022 l’Italia abbia un presidente proveniente dalle retrovie della politica, non un blasonato, insomma, ma un esponente di compromesso che metta d’accordo una nuova maggioranza spaccando in parte quella al governo con il concorso di tutta l’opposizione. In altre parole, se le previsioni di Scalfari dovessero essere giuste, basterebbe che coloro che sostengono il governo si accordassero su un nome ed il gioco sarebbe fatto, non alla prima votazione, ma probabilmente alla terza o alla quarta.

Ma sono proprio i nomi gettati nella mischia a dividere piuttosto che a unire i “grandi elettori”. Francamente nessuno di loro prenderebbe i voti del Pd, dei 5 Stelle e di Renzi per i motivi più vari, mentre è più facile che l’ipotesi Salvini abbia successo.

Il capo della Lega, il quale recentemente ha proclamato che “a destra il leader  sono ancora io”, evitando di  dire di essere il leader della destra – sottigliezza da non sottovalutare – nella quale non si riconosce e nessuno lo riconoscerebbe come tale, sta pensando ad una combinazione tra le forze delle quali si dice rappresentante massimo e il Movimento grillino, immaginando che l’Italia Viva dei fuoriusciti piddini possano essere della partita. Numeri alla mano, questa singolare coalizione potrebbe esprimere il presidente della Repubblica. Avrebbe soltanto un piccolo problema: trovare un nome. Scartati quelli fatti da Scalfari che rappresentano l’opposto di quanto cercano Salvini e compagni, francamente non si vedono all’orizzonte personaggi alternativi di alto profilo: Salvini non può pensare a se stesso per via dell’età, oltre che per motivi di opportunità, Renzi è talmente divisivo che lui stesso si tirerebbe indietro, tra i Cinquestelle non c’è nessuno altamente rappresentativo, come fu l’ultima volta Rodotà, da lanciare nella contesa. Come se ne esce?

Le parole che nei giorni scorsi Salvini ha detto su Mattarella difendendolo dalla bagarre scatenatasi attorno alla sua successione, potrebbero anche far pensare ad un bis stile Napolitano, ma un’operazione del genere presupporrebbe una vastissima platea di votanti, oltre qualsiasi confine partitico. Al momento è possibile prevederla?

Francamente no. E allora è probabile che almeno uno dei papabili scalfariani possa ambire al Colle perché metterebbe d’accordo una maggioranza talmente trasversale che anche se qualcuno se ne tirasse fuori i voti sarebbero più che sufficienti: Draghi. Ma Salvini, FdI, Cinquestelle un anno dopo dovrebbe giustificare davanti al loro elettorato una scelta che contraddice il populismo e l’antieuropeismo che certamente continueranno a cavalcare, con il rischio, quindi, che venga loro rinfacciata una scelta che non collima con le premesse di cambiamento di quelle forze politiche. Draghi è certamente persona degnissima, ma passa per un eurocrate, un uomo dell’alta finanza europea, colui che ha operato scelte contestate a suo tempo dalla Bce e dalla Commissione europea. Come si metterebbero Salvini e compagni?

Il gioco dell’oca del Quirinale è appena incominciato. Ed in ogni partito ci sono  almeno due o tre fazioni che mostrano opinioni diverse. Ma ai partiti al momento non c’è alternativa. Ognuno deve rinunciare a qualcosa se dalla rosa di Scalfari deve venir fuori il prossimo presidente della Repubblica. A meno che non spunti fuori il nome di un boiardo di Stato, di un alto magistrato, di un eminente componente della Corte Costituzionale che scontenti tutti, ma proprio tutti, e venga presentato come il minore del mali. Chissà: potrebbe perfino essere un buon presidente.