Confesso di essere razzista. Anzi, rivendico fieramente il diritto di esserlo, nel più oggettivo ed inconfutabile dei modi. Il mio razzismo, attenzione, non è però quello abusato nella dialettica e nell’uso comuni. Nulla che disturbi il ripudio delle discriminazioni contenuto nella nostra costituzione, che pure è carta che detesto, intrisa com’è del peggior finto solidarismo catto-comunista; un inno all’egualitarismo ed alla mortificazione di differenze, capacità e qualità.

No, io non faccio distinzioni di sesso, anche se mi ostino a considerarne solo due come esistenti in natura; non di razza, anche se ho ribrezzo per chi – condividendone la mia – le attribuisce a priori ogni colpa delle terrene sventure; non di lingua, pur essendo orgoglioso di poter leggere (cosa non concessa a molti altri popoli) capolavori scritti otto secoli fa senza bisogno di un traduttore; non di religione, perché tutte – nella mia visione della vita – danno risposta egualmente irrazionale alle naturali debolezze dell’uomo; non di opinioni politiche, perché pur odiandone alcune riconosco la capacità di pensiero di chi consapevolmente vi aderisce; non di condizioni personali e sociali perché ho conosciuto persone di valore ed autentici imbecilli, che fossero giovani o vecchi, ricchi o poveri.

No, il mio razzismo è altro. E’ il fastidio verso il cretino; l’intolleranza verso chi si affanna a considerarlo un pari; il disgusto verso chi specula fingendo di volersene occupare.  Il mio razzismo è la visione di un mondo in cui chi è cretino è giusto che stia e resti ai gradini più bassi; che non imponga alla società di adeguarvisi, rallentandone crescita e sviluppo.

Mi considero, al contrario, un sacerdote della responsabilità individuale; fieramente convinto che – nel bene e nel male – ciascuno sia fautore della propria storia, e che in ognuna di quelle storie ci siano dei bivi (le “sliding doors”) che ne determinano fortune o insuccessi. E che di fronte ad essi ciascuno sia sempre – e giustamente – solo nella decisione sul percorso da intraprendere, al netto di contesti, destini, superstizioni o alibi di sorta.

Così, per fare qualche esempio, credo che l’uso di droghe non sia mai indotto da altri che dal libero arbitrio del tossico; come la bramosia della vincita per il giocatore seriale. E sono portato a pensare che abbiano la libertà di farlo, finché il loro agire non incide su libertà e sicurezza altrui; e soprattutto finché gli apostoli della solidarietà (altrimenti noti come gli industriali della carità a spese altrui) non provano ad usare i soldi di tutti per creare il business dell’accoglienza e del recupero. Che restano nobili azioni tanto quanto sono condotte e finanziate con risorse private, esplicitamente dirottate a tal fine dai legittimi proprietari.

Difendo le Wanna Marchi del mondo, sinché senza contraffazioni gridano in tv che ciò che ti stanno vendendo è null’altro che sale. Perché se tu hai la libertà di comprarlo pensando che risolva i tuoi guai, non puoi pretendere che una qualunque autorità disponga il rimborso, addebitando la tua soggettiva imbecillità alle colpe di una impersonale – ed impalpabile – “società”.

Credo che chiunque disponga un investimento finanziario lo faccia perché un giorno ha autonomamente deciso di uscire di casa, recarsi in banca, chiedere come ottenere un rendimento migliore. E se ha deciso di dare credito a chi, dall’altra parte dello sportello, gli ha proposto un interesse 10 o 20 volte superiore alla media, lui e nessun altro abbia scelto di ascoltarlo. E quando è tornato a casa, ha pure guardato il vicino con superiorità, perché lui è stato furbo mentre l’altro si è accontentato degli spiccioli. E se poi tutto va male, non c’è motivo al mondo per cui debba rivolgersi ai soldi della comunità - e quindi, per quanto qui mi sta a cuore, anche ai miei – per rifondere le sue perdite.

Affermo che se un ragazzo minaccia fisicamente un insegnante perché gli sia riconosciuto un buon voto nonostante i demeriti didattici, non debba esistere alcuno psicologo o assistente sociale o codice di legge che lo sottragga alla necessaria scarica di mazzate che gli lasci segni fisici di lungo periodo e morali ad imperitura memoria. E che non occorrano indagini o tribunali per disporre l’immediata privazione di ogni diritto civile ai genitori che hanno cresciuto un tale rifiuto organico, destinato immancabilmente a lordare la società, mettendo a continuo rischio i propri vicini.

Combatto l’egualitarismo, che massifica e livella al grado più basso di povertà sociale e culturale, minando le basi stesse della vita comune. A partire dall’istruzione, il cui ultimo scopo sembra ai nostri giorni non essere più l’insegnamento e l’apprendimento, ma la parificazione e la cancellazione di ogni senso di gerarchia. Un sentimento di squallida invidia sociale fa si che l’induzione ad agire non sia la volontà di emulare o avvicinarsi al più bravo, ma impedire a chi più merita di arrivare più lontano.

So che il continuo sviluppo delle condizioni sociali si determina con la progressiva creazione di ricchezza; e che chi è in grado di alimentarla, deve essere messo nelle migliori condizioni di agire; perché non è affermando che “la politica si deve occupare degli ultimi” che si risolvono i problemi di chi sta indietro. Ai quali, piuttosto, serve che hi può crescere lo faccia in misura tale da poter allargare le condizioni generali di benessere. Perché quando la risposta risiede nell’assistenzialismo, il povero resta tale, ed è soggiogato alla potestà del politico di erogare o meno le elemosine. Ed il ricco decide di recarsi altrove, privando il pubblico delle risorse stesse su cui poggia la teoria - tutta sinistra - della “redistribuzione” (che, poi, quando non c’è più nulla, ti voglio vedere a redistribuire il vuoto).

Sono razionalmente contro il suffragio universale, perché contesto il principio per cui la scelta delle finanze pubbliche (e quindi l’uso delle mie tasse) sia condizionato da chi nemmeno sa per la formazione di quale organo dotato di quali competenze stia recandosi a votare. E se anche la “maggioranza” decide di seguire un ministro dell’istruzione o peggio un aspirante premier che disconoscono le più elementari regole grammaticali, ci deve pur essere un sistema che tuteli la società dalla sua stessa maggioranza.

Imporrei la frequenza a corsi di educazione civica a quanti da un lato contestano l’islam perché i suoi adepti antepongono la legge del libro a quella dello Stato, e poi rispondono con richiami al loro – di libro – per impedire che le leggi riconoscano il pieno esercizio delle libertà di scelta individuali su quanto attiene il proprio corpo e la propria vita. Perché sono certo che la vita di ciascuno appartenga solo a sé stesso, e che le responsabilità su di essa non possano essere avocate a nessun altro, men che meno allo stato.

Toglierei la scheda elettorale a quanti contestano l’esistenza di governi “non eletti dal popolo”, in un paese la cui costituzione (giusto o sbagliato che sia) non prevede l’elezione diretta dell’esecutivo, e poggia integralmente su un sistema parlamentare senza vincolo di mandato.

Difendo la libertà individuale, la cui maggior minaccia è costituita dall’ignoranza e dall’arbitrarietà del potere. E per questo serve una società snella, con pochissime leggi. Perché più cresce il volume dei codici, più si annida tra le righe la tirannia del divieto dell’interpretazione soggettiva.

Contesto alla radice il multiculturalismo, perché la frenesia di accogliere ed includere induce ad anteporre l’accettazione di ogni pur perigliosa diversità all’orgoglio di difendere la propria storia e specificità. Poi un giorno scopri che il vicino di casa ha ammazzato la figlia perché vestiva in modo “inadeguato” e fingi di scandalizzarti per nascondere che la colpa è anche – se non principalmente – tua. Che hai taciuto quando dovevi porre delle condizioni. E se qualcuno di profondamente diverso vuole – anche contro ogni legge – trasferirsi a casa tua, è perché ne valuta comunque la convenienza. E tu sei stato così vigliacco dal non dirgli che pure la sua convenienza deve avere un costo.

Il mio grande amico Maurizio Bianconi spesso mi accusa di essere un reazionario. Si, lo sono. E sto bene così.