La sera scivolava verso la notte. La bella nave si muoveva a bassa velocità e il comandante, nel mentre una giovane virgulta si affannava con maestria sul suo basso ventre, guardava le notizie del telegiornale e approvava incondizionatamente la modifica apportata all’inno nazionale, quel “siam pronti alla vita” che modificava positivamente quel “siam pronti alla morte” che sapeva tanto di Ottocento, di guerre, di cose tramontate (come gli ideali e i sogni), e che lui, quanto lo sentiva, doveva sempre trattenersi dal toccarsi, perché a suo giudizio portava jella.
Uno schianto notevole ruppe il silenzio della notte. Lo scafo della nave doveva aver urtato contro qualcosa. Il comandante corse in plancia e le notizie che ricevette dagli ufficiali di servizio non furono per niente buone: la nave imbarcava acqua a fiotti, e rischiava di inclinarsi a breve.
Fu giocoforza avvertire con gli altoparlanti i passeggeri e, nel mentre il panico si diffondeva rapidamente, predisporre l’evacuazione della nave.
 Il comandante conosceva bene le secolari tradizioni della marineria di tutto il mondo, quella legge non scritta che vuole che colui che è a capo di un’imbarcazione sia sempre l’ultimo ad abbandonarla, ma lui aveva appena dedicato le sue riflessioni al nuovo inno nazionale e quel “siam pronti alla vita” gli piaceva molto di più del vecchio “siam pronti alla morte”. Per non parlare del fatto – se vogliamo proprio dirla tutta – che la seconda soluzione gli pareva assai peggiore della prima…
Di colpo, il comandante riscoprì quel decisionismo e quell’autorità di cui fino a quel momento, dopo il cozzo contro un ostacolo ancora ignoto, non aveva assolutamente dato prova: “Preparatemi subito una scialuppa di salvataggio! Devo raggiungere al più presto la costa per coordinare le operazioni di soccorso!”.
Benché avesse motivato “nobilmente” la sua volontà di abbandonare al più presto la nave, egli lesse sulle facce dei suoi subordinati lo sconcerto per una decisione tanto inaudita, che sconvolgeva secoli di tradizioni della marineria. Tuttavia, nessuno ebbe il coraggio di parlare e il comandante, con il supporto dei marinai migliori, fece calare in mare una scialuppa e si diresse verso la vicina costa.
A bordo della grande nave, per contro, la situazione generale non era così ben gestita e migliaia di passeggeri si affannavano cercando di salire sulle scialuppe, mentre l’equipaggio dava prova evidente di mancanza di ordini e carenza di professionalità.
Mentre era ancora in acqua, il comandante venne raggiunto da una telefonata del responsabile della capitaneria di porto più vicina. Con voce alterata e toni perentori, costui – dopo aver appreso la notizia, per lui certamente inaudita, che il comandante aveva abbandonato tra i primi la nave – lo aveva invitato a ritornare a bordo, a fare il suo dovere di marinaio: “Comandante, torni subito a bordo, cazzo!!”
Il comandante in questione si chiese chi fosse mai quell’esaltato che urlava al telefono e si diede prontamente una risposta: “deve essere uno di quelli che, dell’inno di Mameli, amano la vecchia versione, quella del ‘siam pronti alla morte‘. Eh, va bbuono, ma a me piace la nuova, quella del ‘siam pronti alla vita’. Che ci posso fare? Io scelgo la vita (dopo tutto – se fosse stato acculturato – il comandante avrebbe potuto ricordare che una frase abbastanza simile l’aveva detta pure d’Annunzio, sia pure in circostanze assai diverse)”. Così, forte delle sue nuove convinzioni, il comandante si dimostrò assolutamente “pronto alla vita” e scese a terra, cercando alloggio per la notte…
Abbandonati a se stessi dall’uomo “pronto alla vita”, una ventina e più di passeggeri, che forse non erano meno del comandante “pronti alla vita”, ma che vennero dichiarati dalla sua ignavia “pronti alla morte”, trovarono proprio quella sorte che non avevano probabilmente cercato, ma cui lui, per essere “pronto alla vita”, li aveva condannati. Ora giacciono in fondo al mare, dichiarati “pronti alla morte” dai “pronti alla vita”…
Succederà lo stesso anche nel 2016, quando coloro che ci hanno reso “pronti alla vita” scapperanno nei rifugi in lidi lontani che si sono accuratamente preparati e lasceranno noi qui da soli, a essere “pronti alla morte”, la morte che ci hanno con tanto “amore” preparato… La versione modificata dell’inno nazionale è un apologo e, al tempo stesso, il presagio di ciò che verrà, non lo avete ancora capito??!!