Per il Popolo delle Libertà Caporetto si trova in Sicilia. La macroscopica sconfitta delle truppe berlusconiane non ha attenuanti, anzi, era abbondantemente prevedibile. Non soltanto i clamorosi casi di Messina, Catania, Siracusa e Ragusa, ma pure nei centri piu piccoli. Prendiamo ad esempio Partinico, nel Palermitano, il candidato sindaco del Pdl non va al ballottaggio e arriva addirittura ultimo su sei pretendenti alla poltrona di primo cittadino. Nella regione che fino alle scorse elezioni politiche, appena quattro mesi fa, aveva dato la maggioranza al centrodestra, la vittoria del Pd e dei suoi alleati è netta, di abbagliante chiarezza. Il ridimensionamento numerico degli “azzurri” è secondo soltanto a quello dei grillini, che scesi in campo promettendo un secondo tsunami sono rimasti sepolti sotto le macerie del loro castello di speranze e presunzioni.

 

Analisti e politologi in queste ore hanno sostenuto una tesi interessante e di buon senso. In tempi di crisi e di revisione della spesa gli amministratori locali sono costretti a tenere ben stretti i cordoni della borsa, tutto ciò comporta l’impossibilità di gestire spesa pubblica e quindi di attrarre consenso. In effetti i sindaci sono i terminali ultimi dell’azione di governo sul territorio e le ristrettezze finanziarie producono indiscutibilmente un restringimento della quantità e della qualità dei servizi con conseguente discesa dell’indice di gradimento. Ma nel caso di specie questa spiegazione non basta. Il centrodestra siciliano ha perso sia dove proponeva sindaci uscenti, sia dove si presentava come sfidante. I dati elettorali delle liste del Pdl raccontano che il partito di Berlusconi non è mai stato visto dagli elettori come un’alternativa credibile di governo. Logica conclusione per un partito inesistente. Non si adontino i tanti amici rimasti all’ombra di via dell’Umiltà, diciamo cose al limite dello scontato. Il Pdl non esiste perché ha scelto scientificamente di non nascere come partito. Soprattutto dopo la fuoriuscita di Fini e dell’area ex An ormai disseminata in mille rivoli, il partito è tornato ad essere una sorta di Forza Italia senza lo smalto del ’94. Un movimento leggero strutturalmente che diventa più pesante in termini di consensi, solo quando scende in campo il capo, Silvio Berlusconi in persona che, piaccia o no, è in quell’ambito il solo capace di polarizzare attenzione e catalizzare voti.

D’altronde non si può caricare di eccessive responsabilità una classe dirigente a sovranità limitata per volontà del leader e scelta spesso per cooptazione. Nel Pdl, si badi bene, esistono certamente personaggi capaci e radicati, ma non sono mai stati messi nelle condizioni di misurarsi con la costruzione di un partito strutturato sul territorio e responsabilizzato nelle scelte. Non è un caso che nell’unico capoluogo di provincia siciliano in cui il centrodestra è andato al ballottaggio, Siracusa, il candidato premiato dai cittadini aretusei non è quello messo in campo dal Pdl, ma un “dissidente” voluto fortemente dal deputato regionale ex An Vincenzo Vinciullo che, per avere scelto Paolo Ezechia Reale, è incappato nella “fatwa” di Stefania Prestigiacomo. L’ex ministro dell’Ambiente irritata per l’atto di disobbedienza di Vinciullo ne ha preteso e ottenuto l’espulsione dal Popolo delle Libertà. Gli elettori siracusani del centrodestra hanno indicato nelle urne quale ritenessero fosse la scelta più giusta.

 

Così come, tornando indietro nel tempo, non si può non ricordare come tutte le sconfitte pidielline in Sicilia originano dalla nascita del governo Lombardo e la successiva frattura all’interno dell’area forzista del Pdl. Lo strappo di Miccichè e di altri dirigenti locali fu l’anticipazione di cosa sarebbe stata la gestione interna del partito, nulla. Nessuna sanzione da parte di Berlusconi dei “ribelli” che nelle tornate elettorali successive hanno anche determinato alcune delle più cocenti sconfitte del centrodestra. Una per tutte quella di Nello Musumeci alle scorse regionali. Eppure, a proposito di linearità delle scelte, Miccichè è stato premiato, essendo uno degli uomini selezionati da Silvio Berlusconi per rappresentarlo nel governo Letta. Difficile spiegare agli elettori moderati le logiche, qualora ve ne fossero.

 

 Per la verità anche a Catania si è imboccata la strada più diretta verso il baratro. All’ombra dell’Etna si è consumata negli anni la più classica delle commedie degli equivoci. Il feeling tra l’ormai ex sindaco Raffaele Stancanelli e il locale potentato del duo Firrarello-Castiglione non è mai sbocciato. Diversità di provenienze e caratteri. In più la vicinanza con Raffaele Lombardo, più volte rinfacciata a Stancanelli anche nei momenti di maggiore intensità dello scontro Pdl-Mpa, ha attirato sull’ex primo cittadino l’accusa dei sospettosi alleati di “intelligenza con il nemico”. Subito dopo le elezioni politiche, dal Popolo delle Libertà si giurava che mai per palazzo degli Elefanti sarebbe stato ricandidato il sindaco uscente, il quale peraltro, dopo un breve fidanzamento con Fratelli d’Italia di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, ritornava a fare la vita del politicamente “single” strizzando l’occhio al Pdl. Folgorato da Castiglione sulla via di Damasco, Stancanelli  è stato ri-candidato senza troppa convinzione dai berlusconiani. Il risultato, anche in questo caso, è stato disastroso.

 

 La débacle della scorsa domenica non è un campanello d’allarme, ma un rintocco di campane. L’esperienza del Popolo delle Libertà inteso come contenitore dell’area moderata alternativa alla sinistra è stata sepolta dagli elettori. Dalla Sicilia al Veneto, passando per il crollo romano di Alemanno, il segnale è stato chiaro. Il Popolo delle Libertà, scegliendo di non essere un partito, ritenendo di doversi affidare soltanto alla presenza salvifica di Silvio Berlusconi ha consumato l’eutanasia di un progetto. Quello di una grande forza politica credibile nella sua classe dirigente, lineare e comprensibile nelle scelte, strutturato nella società e radicato nel territorio. Per chi nel centrodestra saprà trarne il giusto insegnamento, il tramonto di oggi potrà essere l’alba di un nuovo giorno.