La sceneggiata della Sea Watch, come tutte le pagliacciate del paese di Pulcinella, non poteva che finire con la comica finale. Con un provvedimento giudiziario che sembra tagliato su misura per favorire l’attività delle ONG, l’arresto della signorina Rackete non viene convalidato e il gravissimo episodio di Lampedusa si trasforma magicamente nell’adempimento di un immaginario dovere, come tale non sindacabile. Ovvero come trasformare le peggiori e più scontate velleità buoniste in atto formale di un potere dello stato (minuscolo).

Il ragionamento del GIP di Agrigento poggia su alcuni discutibili presupposti: quella messa in piedi dalla valchiria da centro sociale era un’operazione di “salvataggio”, i porti libici e anche quelli della Tunisia non sarebbero “sicuri”, la vedetta della GdF non sarebbe una nave da guerra e la piratessa della Sea Watch ha agito per adempiere ad un dovere. Il provvedimento ruota aprioristicamente intorno all’assioma del “soccorso in mare” senza verificarne la coerenza con i fatti per come si sono svolti, e per fare questo compie (facite ammuina come si diceva nella marina Borbonica) una lunga e inutile digressione sulla legislazione internazionale in materia.

Ma il punto è un altro: siamo sicuri che si sia trattato proprio di un salvataggio di naufraghi? E’ un’operazione di salvataggio ben strana quella mediante la quale si prelevano dalle coste libiche 42 persone (per i trafficanti tutti viaggiatori paganti, altrimenti non sarebbero lì) sottraendole alle vedette libiche per portarle non verso il porto più vicino cioè in Tunisia (se vogliamo escludere Tripoli), non verso il secondo porto sicuro più vicino, cioè Malta,  ma verso Lampedusa, casualmente il porto più utile per la provocazione della ONG. La scelta viene giustificata da una valutazione soggettiva (e totalmente arbitraria) della comandante della nave che per motivi suoi non considera “sicura” la Tunisia, un paese visitato da 8 milioni di turisti nel 2018. Idem per Malta, mai presa in considerazione.

In sostanza il GIP ci dice che il “porto sicuro” non è quello più “vicino” ma quello più confacente ai fini di chi conduce il (presunto) “soccorso” e non per la sicurezza di chi è stato “salvato” (o meglio imbarcato  per la traversata). In pratica una giustificazione confezionata su misura.

Valutazione ancora più curiosa se si pensa che la capitana buonista è rimasta a galleggiare per 13 giorni ai limiti delle acque territoriali italiane, incurante del suo carico umano, quando con non più di 3/5 giorni di navigazione avrebbe potuto raggiungere, ad sempio, tutti i sicurissimi porti francesi e spagnoli del Mediterraneo, paesi abituati a predicare bene ma a razzolare molto male in tema di sbarchi. Oltretutto in quei 13 giorni avrebbe potuto persino raggiungere Rotterdam. Come ha precisato la competente ministra olandese, i 42 passeggeri africani si trovavano già in territorio olandese e, volendo, da lì avrebbero potuto fare domanda di asilo nei Paesi Bassi. Solo che questo sarebbe stato nel loro interesse ma non in quello di chi li aveva trasportati a Lampedusa utilizzandoli come pedina di un gioco pericoloso, più che di un salvataggio umanitario.

Poi ci sarebbero alcune questioni di diritto: il TAR del Lazio, respingendo la richiesta di Sea Watch di sospensione cautelare del Decreto Sicurezza bis, aveva già dato un’interpretazione molto diversa della questione rispetto a quella sposata dal GIP, che ha ritenuto inapplicabile il decreto ad un’operazione di (presunto) “salvataggio” come quella della Sea Watch.

Del tutto ignorato, per evidenti motivi, il provvedimento dalla Corte Europea di Giustizia che aveva negato l’autorizzazione urgente allo sbarco in territorio italiano non riconoscendo la sussistenza di uno stato di pericolo imminente per i passeggeri africani rimasti a bordo dopo che quelli con problemi erano stati assistiti e sbarcati. Tenerne conto avrebbe disintegrato gli asseriti stato di necessità e situazione di pericolo invece utilizzati come arma impropria per demolire i reati contestati.

Per polverizzare l’ultimo reato rimasto, lo speronamento dell’imbarcazione della GdF, viene poi negata alla motovedetta lo status giuridico di “nave da guerra” giustificata con la spericolata estrapolazione di due righe da una sentenza (35/2000) della Corte Costituzionale che in realtà dice tutt’altro, riferito a tutt’altro, andando contro un consolidato e costante orientamento giurisprudenziale della Cassazione, risalente addirittura agli anni d’oro del contrabbando di sigarette, mai mutato e ribadito anche di recente.

Ci troviamo di fronte, come è evidente, ad un atteggiamento strumentale, un altro episodio del conflitto tra magistratura e potere politico, l’ennesimo caso di interferenza con l’azione di governo da parte di chi considera la giurisdizione la continuazione della politica con altri mezzi. Azione di governo che, però, non è affatto esente da critiche.

Matteo Salvini sin dall’inizio ha affrontato la questione Sea Watch nel suo solito modo: tweet, proclami, copertura mediatica, polemiche dirette con la piratessa tedesca, botte e risposte con questo e con quello. Probabilmente anche stavolta avrà avuto il suo tornaconto in termini di popolarità e visibilità. Ma ministro e capo partito sono due mestieri diversi e a non tornare sono i conti del Ministro dell’Interno che si è dimostrato incapace di gestire efficacemente il problema. Nessun governo serio ed capace, a cominciare da quelli dei paesi che anche stavolta non hanno perso l’occasione di farci ipocritamente la morale come Francia e Germania, avrebbe permesso o tollerato lo spettacolo vergognoso andato in scena nel porto di Lampedusa. Qualcuno riesce ad immaginare una nave italiana che entra di forza nel porto di Amburgo e sperona una vedetta della Küstenwache des Bundes? O della Gendarmerie francese a Marsiglia?

Come mai nessuno ha pensato di fermare la Sea Watch e la piratessa al momento della commissione del primo reato, cioè l’ingresso illegale nelle acque territoriali, allo scopo di impedirne altri? Come è possibile che la nave pirata sia arrivata indisturbata sino al porto di Lampedusa contrastata solo da piccole vedette della GdF, poco più che motoscafi, con i bei risultati che poi si sono visti? Perché con tutto quel tempo a disposizione non era stato predisposto uno schieramento più serio ed efficace? Dov’erano la Marina Militare e la Guardia Costiera?

Dalla Lega qualcuno si giustifica dicendo che la Marina dipende dalla Trenta e la Guardia Costiera da Toninelli, cioè da alleati a 5 stelle inaffidabili in materia, ma è una toppa peggiore del buco. La normativa vigente assegna al Ministro dell’Interno la direzione delle operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina in mare e obbliga i ministeri interessati a mettere a disposizione tutti i mezzi occorrenti.

Se questo non è stato fatto per problemi di ostruzionismo politico, di equilibri o di convenienze significa che il problema è più serio di quanto non si voglia far credere e allora il leader leghista, forte del suo consenso elettorale, dovrebbe affrontarlo e risolverlo, non vivacchiare o contare solo sulla cortina fumogena di selfie, tweet e dichiarazioni bellicose.

La vicenda Sea Watch ha dimostrato anche la sostanziale inefficacia del tanto decantato Decreto Sicurezza, scardinato da un giudice di provincia con poche righe anche se molto discutibili. In pratica l’unica sanzione effettiva erogabile saranno le multe, che alle ONG non faranno nemmeno il solletico, mentre la confisca delle navi, che le metterebbe in seria difficoltà, è prevista solo in caso di recidiva. Il che significa che una volta revocato il sequestro probatorio la Sea Watch potrà riprendere tranquillamente la navigazione esattamente come prima. Non a caso le altre ONG stanno ricominciando, una dopo l’altra, la loro attività e la nave di Open Arms è già in arrivo per mettere in scena la sua replica della sceneggiata.

Dietro all’accaduto si intravedono superficialità, improvvisazione e sottovalutazione dei problemi in un momento in cui servirebbero meno parole e più fatti. A Lampedusa è andato in scena uno spettacolo vergognoso che ha minato la credibilità del governo e del paese. Ora tutti sono convinti di poter venire qui a fare il loro comodo in un contesto compiacente e collaborazionista sapendo di poterla fare franca facilmente e in ogni caso.

Prepariamoci ad un Far West che sarebbe piaciuto al giudice Roy Bean, la legge ad Ovest del Pecos. Anzi di Agrigento.