E ora chi ci restituirà la parte di Silvia rimasta  con i suoi rapitori? L’immagine di Silvia Romano nascosta sotto le pieghe di un “dirac”, la veste tradizionale delle musulmane somale, grida vendetta al cielo. E non solo perché ci racconta  che qualcosa  dentro di lei si è rotto  e ci metterà  tempo a guarire, ma anche perché evidenzia le  responsabilità di chi l’ha mandata  allo sbaraglio creando le condizioni per il suo rapimento e le sue sofferenze.

Intendiamoci Silvia Romano non ha colpe. E’ partita per il Kenya a 23 anni spinta dall’entusiasmo tipico di quell’età. Lo stesso che alla medesima età spinse il sottoscritto ad andare in Afghanistan per  raccontare la guerra dei  mujaheddin all’Armata Rossa. Ma Silvia Romano non intendeva rischiare. Voleva solo aiutare i bimbi del Kenya. Non pensava certo di finire nell’inferno degli Sheebab somali.

Non è  altrettanto innocente ed esente da colpe chi sfruttando  quell’ entusiasmo solidale l’ha abbandonata senza scorta in un villaggio isolato, privo di un posto di polizia. Le leggerezze di “Africa Miele”, la presunta  Ong  di Fano  in cui  la  Silvia  riponeva la propria fiducia  sono semplicemente criminali.  A causa di quelle leggerezze  Silvia ha subito uno  sfiancante trasferimento nella boscaglia kenyota sotto la minaccia delle armi.  Una  prova durissima a cui s’è aggiunta  la pressione psicologica di una prigionia nelle mani dei terroristi di Al Shebaab,  organizzazione alqaidista  pronta ad  uccidere  o torturare i suoi ostaggi.

Da questo punto di vista la scelta della conversione è stata probabilmente una forma inconsapevole di auto-difesa. Un modo per non essere considerata infedele e quindi degna di morire. Ma chi l’ha condannata a farsi rapire oltre a far del male a Silvia ha anche messo a rischio le vite degli uomini dell’intelligence mandati sulle sue tracce. Un valore non trascurabile come ci ricorda la morte di Nicola Calipari  sacrificatosi per salvare la giornalista Giuliana Sgrena. Vi sono poi i costi di gestione complessivi di una vicenda  prolungatasi  per diciotto mesi e  il saldo finale  di un riscatto quantificabile, in base ai precedenti, intorno ai cinque milioni di euro. Un conto monetario non proprio trascurabile che a conti fatti supera i sei o sette milioni.

Al danno materiale va aggiunto quello collaterale rappresentato dal finanziamento ad un organizzazione terroristica pronta ad investire quel denaro in autobombe e kamikaze. Insomma mentre Silvia sognava di  aiutare i bimbi kenyoti la superficialità  di chi l’ha sfruttata servirà ad alimentare le mani assassine di chi, ogni giorno, fa strage di bambini, donne e civili.

L’ultimo danno non meno grave è quello arrecato all’Italia e alle sue relazioni internazionali. Per liberare Silvia abbiamo dovuto chiedere l’aiuto di una Turchia diventata grazie ad un’abile e spregiudicata  politica di aiuti  il vero “dominus”  di quella che fu la “nostra” Somalia. E siamo stati costretti a prostrarci davanti a quel Recep Tayyp Erdogan che in Libia tenta di metterci da parte e nel Mediterraneo usa le navi da guerra per bloccare le prospezioni di un Eni simbolo degli interessi energetici italiani.

Ma oltre a chiedersi chi pagherà il conto di tutto questo bisogna domandarsi come sia potuto succedere. In un  paese civile un’oscura Ong priva di qualsiasi referenza  non dovrebbe avere la possibilità  di sfruttare  l’entusiasmo di giovani inesperti mandandoli  incontro a disavventure capaci di creare   danni enormi agli interessi nazionali. La vicenda di Silvia Romano rende definitivamente intollerabile la mancanza di controlli  sull’attività di queste organizzazioni. E ci fa  capire una volta di più  i rischi e le storture  nascosti dietro la presunta generosità di chi, pur attribuendosi  la presunzione di far del bene, finisce con il mettere a rischio non solo le vite di chi gli da credito, ma anche gli interessi di tutta la Nazione.