L’attrice Gloria Cuminetti è un’attivista di sinistra pro migranti che qualche giorno fa è stata vittima di una brutale aggressione da parte di un immigrato irregolare a Torino. Le sue dichiarazioni mi hanno stupito molto. Generalmente quando si è vittime di una brutale aggressione immotivata la reazione normale è la rabbia. Sbagliata, ancorchè umanamente comprensibile, è una rabbia generalizzante. Naturale e intellettualmente corretta è la richiesta delle punizioni previste dalla legge e magari che chi di dovere faccia in modo che non accada ad altri la stessa cosa.

Le dichiarazioni dell’attrice invece sono state queste: “È molto ingiusto quanto è accaduto a me, ma un’analoga ingiustizia deve averla vissuta anche lui. Mi sono chiesta come mai avesse dentro questa rabbia”.
In poche parole ha solidarizzato con il suo aggressore.

I media, invece di cercare di capire quale meccanismo psicologico abbia portato la giovane attrice a manifestare la sindrome di Stoccolma (la vittima che solidarizza col proprio carnefice), hanno apprezzato le parole della ragazza e la portano come esempio. Un esempio che è, al contrario, oltremodo negativo.
Il male va combattuto, non subito con rassegnazione e capito. Ma evidentemente i media mainstream vogliono educarci così: a subire sempre rassegnati qualsiasi ingiustizia, qualsiasi violenza, qualsiasi malefatta. E la risposta a una malefatta, per loro, deve essere questa: bisogna comprendere e solidarizzare col malfattore.
Mi dispiace signori. Anche se tutti, io no.