Massimo Magliaro commentando il macabro e squallido spettacolo messo in scena dal socialista Pedro Sanchez (presidente del governo spagnolo “facente funzioni”, cioè provvisorio e senza voti né maggioranza) con l’esumazione della salma di Francisco Franco si chiede se anche la tomba di Josè Antonio, l’altro cadavere eccellente della Basilica di Cuelgamuros, verrà profanata. La risposta è si.

A differenza di Franco, sfrattato con un apposito cavillo legale fatto approvare in tutta fretta da Sanchez, Josè Antonio Primo de Rivera ha ancora pieno diritto alla sepoltura nella Valle del los Caidos, ma non potrà più conservare la sistemazione attuale, cioè il posto d’onore dietro l’altare maggiore dove da due giorni una buca piena di detriti ha preso il posto del Generalissimo.

Secondo i piani dei beccamorti della sinistra spagnola il fondatore della Falange dovrà essere rimosso e relegato in qualche angolo poco in vista del sacrario. Quando e come (e magari se) lo decideranno gli elettori spagnoli che il 10 novembre dovranno scegliere se affidare il loro futuro alla necrofilia del socialista Pedro Sanchez o rispedirlo definitivamente nell’anonimato e nella mediocrità da cui è inaspettatamente e fortunosamente uscito.

Se riuscirà a raccattare voti sufficienti per formare un governo vero il traffico di cadaveri è destinato ad incrementarsi, visto che l’ intenzione pare sia quella di smantellare o ridimensionare il sacrario dei caduti della guerra civile spostando su e giù per la Spagna migliaia di salme, ossa e miseri resti.

Il destino di Josè Antonio da morto è emblematico: se (e quando) la sua salma lascerà l’attuale dimora sarà il quinto trasloco; curiosamente i quattro precedenti sono avvenuti in coincidenza di passaggi significativi della recente storia spagnola.

La sua prima tomba, dopo la fucilazione alle 6.20 della mattina del 20 novembre 1936, un atto aveva segnato profondamente gli inizi della guerra civile, era stata la fossa comune del cortile del carcere di Alicante nella quale il corpo era stato sbrigativamente gettato dai fucilatori.

Da lì era stato esumato un paio di anni dopo quando, dopo la battaglia dell’Ebro, l’esito della guerra era segnato e le autorità locali avevano pensato, prudentemente, di trovargli una sistemazione più decente piazzandolo nel loculo numero 515 del cimitero di Nuestra Señora de los Remedios. Dopo la vittoria i falangisti decisero di trasferirlo al Monastero dell’Escorial, dove sono sepolti Carlo V e Filippo II.

Il 19 novembre 1939 uno spettacolare corteo funebre partiva da Alicante ed in 10 lunghi giorni percorreva a piedi, con la bara portata a spalle, quasi 500 chilometri salutato lungo il cammino dal “¡Presente!” di migliaia di persone, da salve di cannoni e di fucileria, lanci di fiori, cori che intonavano Cara al Sol e fiaccolate notturne. Dopo una tappa di due giorni a Madrid per la camera ardente, allestita nella vecchia sede della Falange alla Cuesta de Santo Domingo, la salma e le migliaia di Falangisti che l’accompagnavano erano arrivati all’Escorial dove li attendeva Francisco Franco per presiedere la solenne cerimonia dell’inumazione nel luogo in cui Josè Antonio per una ventina di anni avrebbe riposato sotto una lapide davanti all’altare maggiore.

Ai primi di marzo del 1959, ultimata la costruzione del sacrario della Valle de los Caidos, Franco comunicò alla famiglia di Josè Antonio, che acconsentì, la sua intenzione di trasferirlo nella basilica.

L’aria in Spagna, però, era cambiata; un paio di anni prima il Generalissimo aveva messo in atto il grande ribaltone del regime scaricando ed emarginando la Falange per abbracciare i tecnocrati dell’Opus Dei divenuti così, assieme ai militari, la colonna portante del suo sistema di potere. Anche per questo aveva ordinato una celebrazione intima e discreta, senza troppa visibilità. Idea ovviamente non condivisa dalla vecchia guardia falangista che, invece, aveva tutte le intenzioni di far sentire la sua forza e possibilmente trasformare l’evento in una manifestazione di dissenso.

Così il 30 marzo 1959, il giorno prima dell’inaugurazione ufficiale del sacrario, la Falange aveva replicato il corteo del 1939 trasportando a spalla la bara di Josè Antonio per i 14 chilometri che separano l’Escorial dalla Basilica di Cuelgamuros, sul cui sagrato l’attendevano i fratelli Pilar e Miguel Primo de Rivera e manipoli di falangisti provenienti da tutta la Spagna.

Stavolta, però, Franco non c’era. Cauto come sempre, aveva evitato di presentarsi alla cerimonia, presagendo pesanti contestazioni da parte degli imbestialiti falangisti che, in effetti, accolsero le autorità (Carrero Blanco e un paio di ministri) al grido di “¡Franco, traidor!”. Anche in quel caso (come due giorni fa al cimitero di Pardo-Mingorrubio, curioso ricorso storico) la stampa era stata esclusa dalla cerimonia con la sola eccezione di “Arriba”, l’organo della Falange.

Se dopo le elezioni del 10 novembre i becchini di Pedro Sanchez avranno la forza necessaria procederanno alla quinta traslazione del corpo dell’Ausente, che stavolta evidenzierebbe il momento di degrado della politica spagnola e lo squallido sfruttamento di quella che Javier Cercas ha giustamente definito la “lugubre industria della memoria”.

Intanto, proprio nel giorno della profanazione della tomba di Franco, l’Instituto Nacional de Estadística ha comunicato che con il governo Sanchez la disoccupazione in Spagna ha raggiunto il livello più alto dal 2013.