Su Sky (finalmente) arriva un bel film, ricavato dal libro “The Taliban Shuffle” e scritto dalla reporter del Chicago Tribune Kim Barker. È Whiskey Tango Foxtrot, uscito nel 2015 e (come al solito) mal distribuito in Italia. Peccato. Meno male che c’è la TV.
La pellicola racconta con sana ironia la vicenda di Tina Fey/ Kim Barker e racconta il fallimento dell’Occidente a Kabul e, più in generale, nel Medio Oriente. Sulle orme del mitico M*A*S*H, una reporter ingenua ma determinata, Tin/Kim, parte in guerra per staccare dalla routine del desk e scrollarsi di dosso il fidanzato depresso e puttaniere. L’arrivo è traumautico: scesa dall’aereo, piena di buone intenzioni boldriniane,la giornalista viene subito insultata dalle donne locali: “Copriti, puttana, sei senza vergogna”. A New York nessuno le aveva spiegato che in Afghanistan è d’obbligo l’hijab, il velo islamico. Dettagli…
Per sua fortuna c’è Fahim (Christopher Abbott), suo interprete e “fixer”, a guidarla pazientemente verso la giusta direzione. Solo così potrà sopravvivere. A Fahim si aggiungono i consigli del Colonnello dei marines Hollanek (un ottimo Billy Bob Thornton), che tenta di proteggerla in qualità di “embedded reporter”. Mentre al fianco della Fey/Barker, ci sono una collega stronza (Tanya Vanderpoel/Margot Robbie) e un amore fugace (il fotografo scozzese Iain/Martin Freeman). Poi il mondo dei corrispondenti di guerra, un piccolo club di temerari, di epicurei, di matti veri…
A Kabul e dintorni, Tina/ Kim s’impegna, soffre, marcia, rischia, talvolta si diverte, ma soprattutto, riesce a raccontare momenti di guerra e scene quotidiane, bombe e scuole, armi e party, ministri corrotti e piccoli eroi. Passo dopo passo, da piccola borghese progressista e presuntuosa qual’era, Tina/Kim comprende le motivazioni profonde dei marines, il patriottismo ingenuo ma vero, autentico dei soldatini di prima linea e apprezza, infine, la ruvida serietà degli ufficiali e capisce il peso del comando, il senso di responsabilità degli uomini in mimetica. Per loro la guerra non è un gioco o un video. È sangue, merda, sudore, talvolta adrenalina, sapore di vittoria. E poi,ancora sangue, merda, sudore. Morte.
E proprio grazie ai soldati — prima disprezzati e poi apprezzati — la protagonista riesce ad entrare in contatto (imperdibile il passaggio con le donne velate che pretendono la loro piccola libertà per andare al fiume e pettegolare in santa pace…) con la società afghana. Un mondo tribale, clanico, arretrato ma pervicacemente impermeabile ai pseudovalori occidentali. Agli afghani, popolo montanaro, crudele ed orgoglioso nulla frega della nostra “civilizzazione”. Kabul è una cosa, tutto il resto — piccoli villaggi, campagne, monti, tratturi, madrasse, campi d’oppio, signori della guerra — è altro. Come spiegava il buon Spengler, la Civiltà ha un significato profondo la civilizzazione no. È un dato provvisorio, culturalmente debole. Sempre decadente. Concetti che gli americani (Bush, Obama o Trump, poca cambia) non possono capire e, tanto meno, imporre a popoli così distanti dalle loro logiche mercantili…
Non a caso, nonostante l’impegno della reporter, il pubblico americano ed europeo perde presto interesse sulla guerra e non segue più i servizi della giornalista. L’Afghanistan non “tira più”. E chi se ne frega dei dei soldi investiti, dei caduti, degli afghani…
A partire dal 2006 tutti o quasi si dimenticatano dei tanti soldati americani, occidentali, italiani — sì, anche gli italiani, con i loro tanti feriti e i loro caduti che nessuno più ricorda in questo paese senza memoria — asseragliati nei loro avamposti, perduti tra i monti o in marcia sulle piste minate dell’Asia centrale. A nessuno sembra più interessare quelle battaglie, quei morti, quella lunghissima missione. Ieri come oggi.
Ma torniamo al film. Tragedia e satira, dicono i registi, sono i punti di forza di Whiskey Tango Foxtrot (“WTF” è il codice militare abbreviato). «A noi interessava girare un film sul modo di riprendere un territorio, sui media» hanno detto a New York i filmmakers Glenn Ficarra e John Requa. «Abbiamo filmato in New Mexico, in Albuquerque e Santa Fe. Il direttore della fotografia nella seconda unità, Gelareh Kiazand, ha raccolto del materiale per noi direttamente a Kabul. Volevamo ricreare un Afghanistan più sabbioso e surreale, ecco perché nel film ci sono circa 1.300 effetti speciali». «Il New Mexico è il più somigliante all’Afghanistan ma ha l’aria cristallina, pulitissima. E questo è diventato un problema perché in fase di montaggio ci siamo accorti che le immagini in digitale erano troppo perfette, immacolate. La parte divertente di una zona di guerra è il suo essere rozza e sporca. Se l’è fatto spiegare bene il nostro produttore, Ian Bryce, che dopo aver girato gli action di Michael Bay ha ormai un legame speciale con i militari. Se consideriamo il film ‘politico’? No, non è politico. Sappiamo però che ai veterani e al Pentagono il messaggio di Whiskey Tango Foxtrot è piaciuto». Buon segno. Forse qualcuno a Washington si porrà, finalmente, qualche sana domanda.