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Fu all’inizio del 2000 che Walter Veltroni, allora segretario nazionale del partito “Democratici di Sinistra” nato sulle ceneri del partito comunista italiano, desiderò istituire in Italia un sistema politico simile a quello statunitense, articolato su due grossi partiti. Tant’è che scelse come slogan del congresso del PDS svoltosi quell’anno al centro congressi “Lingotto” di Torino – caso unico e sorprendente – una frase in inglese “I care”, che vuol dire “io me ne preoccupo e me ne occupo”, ma non si sa di che.

Poi articolò questa sua visione imitatrice del modello americano con l’istituzionalizzazione delle “primarie”, ed attuando la fusione del suo partito con quello della “Margherita”, fondata dal suo amico/rivale Francesco Rutelli, per costituire nel 2007 il “partito democratico”: nome, anche questo, recepito dagli Usa.

Questa tendenza di Veltroni ebbe un riscontro anche dall’altro lato dello schieramento politico, quello di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, anch’esso esaltatore degli Stati Uniti, il quale promosse nel 2008 la costituzione di un unico partito che denominò “Popolo della Libertà”, facendovi confluire sia la sua Forza Italia che Alleanza Nazionale e movimenti politici minori. L’unica cosa, invece, che della politica americana Berlusconi non gradiva era quella delle elezioni “primarie” per scegliere i candidati a cariche interne di partito od ad elezioni: voleva essere solo lui a farlo.

Cosa resta però oggi, dopo quindici anni dall’idea “americana” di Veltroni? Praticamente quasi nulla, e l’attuale situazione a Roma per le candidature a sindaco lo dimostra eloquentemente.

Il primo aggregato a rompersi è stato il “Popolo della Libertà” che ha visto prima l’abbandono di Fini (sollecitato dalla presidenza della repubblica, com’è stato documentato), poi dal gruppo che ha costituito “Fratelli d’Italia”, poi dai parlamentari vicini ad Alfano (che era stato addirittura nominato “segretario” del PDL!) suscitando l’abbandono della denominazione “unitaria” di “Popolo della Libertà” per tornare a quella “individuale” di “Forza Italia”. Vennero poi gli abbandoni dei parlamentari vicini a Fitto, poi di quelli guidati da Verdini. Ed anche un’alleanza “esterna” con la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Meloni si è definitivamente (almeno così sembra oggi) dissolta.

Ma anche dal lato del partito democratico le cose non sembrano confermare una posizione stabile del partito: vi sono state numerose dimissioni con la costituzione di un altro movimento politico, “Sinistra italiana”, e vi è una minoranza interna molto battagliera, tanto che il segretario-capo del governo del partito, Matteo Renzi, deve contare sul voto favorevole dei gruppi fuoriusciti da Forza Italia per far approvare le sue leggi e riforme.

Per quanto riguarda poi le cosiddette “primarie”, il modo con cui sono state fatte le ha tolto ormai ogni significato di partecipazione reale dei cittadini. Nessun controllo sugli elettori, nessun controllo sul numero dei votanti, nessun controllo sullo spoglio, casi palesi di manipolazioni o di votanti privi di ogni rapporto con la politica (extracomunitari e prezzolati): si tratta di “castelli di carte o di sabbia” fatti volar via da una foto o da una testimonianza.

Quindi, attualmente abbiamo la non esistenza od il non consolidamento di due grossi partiti; abbiamo un metodo di selezione delle candidature che non rispecchia la vera volontà degli elettori realmente interessati; abbiamo la proliferazione (od il ritorno) ai partiti tradizionali italiani.

Tutto ciò avviene perché Veltroni, e chi lo seguì su questa strada, non aveva capito la profonda differenza che esiste tra la politica italiana e quella nordamericana. In Italia, da secoli, vi sono profonde divisioni ideologiche, politiche, economiche, culturali che riemergono ed assumono forme diverse ma non sono né eliminabili né assimilabili. Negli Usa, paese privo di storia, tutto ciò non esiste: più o meno tutta la popolazione che partecipa alla vita politica (e che è enormemente inferiore a quella italiana) sostiene la stessa visione culturale e sociale e si differenzia per questioni locali o di categoria (basti dire che il principale argomento di scontro è la libera detenzione e trasporto di armi, che a noi sembra un assurdo). Ma, soprattutto, negli Usa i due partiti sono tali soltanto di nome: al loro interno, coesistono posizioni politiche e sociali addirittura opposte e l’unico modo per farle emergere sono da un lato una rete diffusissima di “PAC” (Comitati di azione politica”) e dall’altro proprio le primarie. Le quali non sono un sondaggio fatto per strada ai gazebo, ma vere e proprie elezioni.

Non aver capito queste differenze, ha fatto fallire il progetto veltroniano di americano “ad honorem”, tanto da meritarsi il “Premio America” dalla Fondazione Italia/Usa.

A nostro parere, però, questo non è un male: perché le diverse identità e concezioni politico-sociali, che si sentivano soffocate all’interno di grandi e generici schieramenti, hanno ripreso – in modo confuso e contraddittorio, ma palese – la loro autonomia.

Le prossime elezioni di Roma, al centro-destra ed al centro-sinistra, dimostrano proprio questa situazione.

Però ciò ha anche un’altra conseguenza: poiché l’impalcatura della nuova legge elettorale, il cosiddetto “Italicum”, si basa anch’essa sulla concezione dei due partiti perché assegna il premio di maggioranza alla lista che ha conseguito più voti (una singola lista: quindi, od un solo partito, od una nuova aggregazione forzosa destinata a dissolversi dopo le elezioni), è indispensabile che venga modificata radicalmente per adeguarla alla nuova situazione politica creatasi in Italia, chiudendo così definitivamente lo scimmiottamento della politica americana avviata da Veltroni e che aveva incontrato molto favore.