Ha compiuto un secolo di vita Mike Hoare detto il “Pazzo”, il mercenario britannico che ha imparato a fare la guerra in Birmania tra i fucilieri di sua Maestà, e che tutti ricordiamo per aver ispirato il colonnello Allen Faulkner ne “I quattro dell’Oca selvaggia”.

Un traguardo di vita difficile da raggiungere per un uomo comune, figurarsi per un soldato di ventura che ha combattuto su uno dei fronti più difficili del secondo conflitto mondiale, quello di “Burma”, alle prese con il temibile e risoluto nemico giapponese, e che ha preso parte a decine di “missioni” durante la Crisi del Congo, transizione politica che vedeva come sempre nel campo di battaglia globale della Guerra Fredda, da una parte l’Unione Sovietica e dall’altra la Cia e il blocco occidentale.

Hoare è, ed è stato senza dubbio il più famoso e leggendario mercenario del XX secolo, gentiluomo britannico con l’ascot annodato al collo sotto la divisa color kaki, l’immancabile basco e il sorriso sornione, come se per lui la guerra non fosse altro che un gita un po’ avventurosa. Un “gentiluomo tra i soldati di ventura” lo definivano i giornalisti inglesi che riportavano le sue gesta nella crisi congolese 1960-1965 mentre combatteva i ribelli Simba (leoni in swahili, ndr) del rivoluzionario maoista Pierre Mulele, appoggiando così il consolidamento della Repubblica Democratica del Congo.

Così facendo diede un apporto significativo al consolidamento della Repubblica democratica del Congo, prendendo parte  tra le altre all’Operazione Drago Rosso, pianificata da Belgio e dagli Stati Uniti per liberare 1.600 cittadini europei e americani tenuti prigionieri dai Simba a Stanleyville. Insieme questo combinazione di bianchi dell’Africa nera, agenti della CIA impegnati a combattere ovunque l’Unione Sovietica ed esuli cubani, Hoare prese parte alla cruciale battaglia di Baraka, convinto di combattere nel continente africano anche gli uomini di Che Guevara che dovevano portare la rivoluzione di tutto il mondo.

Originario dei territori d’oltremare del Regno Unito, nella seconda guerra mondiale era inquadrato nel London Irish Rifle, e al termine del conflitto, dopo una breve esperienza nell’organizzazione di safari nell’Africa nera, decise di impugnare di nuovo il fucile, ma questa volto contro i comunisti: “il più grande pericolo per il mondo” a parer suo. Sviluppata una simpatia con il primo ministro Moise Tshombe, che si trovava a dover fronteggia in Congo i ribelli marxisti che operavano con l’appoggio dell’Unione Sovietica per ottenere il controllo del sud dell’Africa e caccia i “bianchi”, si mise a capo del cosiddetto “Commando 5”: un battaglione di 300 mercenari sudafricani, congolesi e rodesiani che dovevano dare filo da torcere ai leoni del comunismo.

Terminata la sua avventura africana, nel 1970 tentò un colpo di stato alle Seychelles , spacciando i 50 membri scelti del suo commando per una squadra di  rugby. L’obiettivo era quello di riportare al potere il presidente James Mancham, esautorato da France Albert René. Quella volta però la copertura non resse per un errore grossolano dei suoi che si fece trovare un Ak-47 mentre passava alla dogana. Così “Mad Mike” dopo una sparatoria nel bel mezzo della pista d’atterraggio dell’aeroporto, dovette fuggire su un aereo passeggeri dell’Air India.

Al suo ritorno in Sud Africa – vivo per miracolo – venne condannato a 10 anni di carcere. In prigione fondò il gruppo dell’Oca Selvaggia, nome che verrà preso in prestito per il celebre film ispirato alle sue gesta rocambolesche, e raccoglierà le sue memorie che insieme al personaggio interpretato da Richard Burton, lo renderanno un personaggio “leggendario”. Uno degli ultimi mercenari “idealisti” che non combattevano solo per la paga, ma perché nel combattere per un’idea trovavano il senso della loro vita. Condividibile o meno che fosse, la vita come l’idea dell’oca selvaggia.

Davide Bartoccini, Il Giornale, 18 marzo 2019