Dopo 15 anni, in Italia si parla ancora di Kosovo. Ieri il Ministro degli Affari Esteri Federica Mogherini incontra alla Farnesina il suo omologo kosovaro Honver Hoxhaj per firmare gli accordi bilaterali in materia di riammissione e per confermare il sostegno italiano a una prospettiva europea di Pristina. Il nostro Ministro manifesta poi il suo apprezzamento per i passi avanti nel dialogo tra la dirigenza kosovara e Belgrado. Sì, perchè il dialogo è indispensabile per costruire un Kosovo unito, è indispensabile perchè non si ripetano gli orrori che con diversa intensità hanno afflitto nell’ultimo quarto di secolo questa terra. Dialogo istituzionale e dialogo sociale, un lavoro difficile, che richiede dedizione e caparbietà. Lodare i passi avanti che fanno le parti in causa non è sbagliato, ma sminuire o tacere il contributo della comunità internazionale sarebbe un gravissimo errore. Perchè noi di energie e di risorse in Kosovo negli ultimi 15 anni ce ne abbiamo messi davvero tanti e forse riconoscere il nostro impegno nell’avvio alla normalizzazione di quest’area è il minimo che possiamo fare per non far sembrare la nostra presenza lì uno spreco di tempo e di energie.

 

Per capire il ruolo della comunità internazionale in Kosovo basterebbe passare una giornata con il Tenente Colonnello Luca Andreani, l’attuale Comandante JRDC (Joint Regional Detachment Center) della Kosovo Force, forza militare a guida NATO, con il compito di ristabilire l’ordine e la pace in questa neonata e non ancora da tutti riconosciuta nazione dell’Europa orientale. Il Comandante, in questo momento, è l’uomo che forse più da vicino tiene in mano i nodi delle contraddizioni kosovare e il suo ruolo è quello di scioglierle, con pazienza, una ad una. La JRDC, infatti, è l’unità che opera per garantire un continuo contatto tra la popolazione, le istituzioni e i rappresentanti delle diverse etnie e religioni sul territorio e per acquisire informazioni utili a KFOR che opera a favore di stabilità e dialogo. Ma cosa vuol dire questo nel concreto? Vuol dire che il Comandante Andreani è in Kosovo da poco più di due mesi e ha percorso già 28mila chilometri e incontrato centinaia, forse migliaia di persone a tutti i livelli: sindaci e capi villaggio, presidi di scuole e studenti, imprenditori e potenziali investitori, sacerdoti vescovi imam e fedeli, contadini commercianti e passanti, albanesi serbi turchi e rom, insomma davvero chiunque. E il compito del Comandante e di quelli che appartengono alla sua unità è quello di ascoltare i problemi seri di tutti(ma anche le scaramucce) con la stessa considerazione, e di trarne una sintesi estrema da consegnare nelle mani di KFOR che poi si occupa di supportare l’ancora inesperto governo kosovaro nel mettere a punto una legislazione in grado di conciliare le varie istanze.

Il Comandante sa bene quanto sia difficile costruire l’unità in un paese ancora lacerato dalle ferite della guerra e dalle questioni di principio, sa bene che la violenza qui è solo congelata dalla presenza delle forze internazionali, sa bene che una situazione simile è terreno fertile per la semina di fondamentalismi di criminalità e di corruzione, sa bene che la strada che porterà il Kosovo all’effettiva indipendenza e all’autonomia è ancora in fase di costruzione e che sarà lunga. Ma il Comandante sa bene anche che non ci si può scoraggiare, che la pace si costruisce dal basso, favorendo il dialogo tra gli individui, che riuscire a far incontrare un sindaco kosovaro albanese e il capo villaggio di un’enclave serba in una qualunque minuscola e sperduta municipalità del Paese non interesserà mai la stampa internazionale, né quella nazionale e forse nemmeno quella locale, ma che è un passaggio indispensabile perchè un domani il Kosovo possa essere considerato una nazione a tutti gli effetti e perchè un domani tutti coloro che lo abitano possano riconoscervisi. “Il nostro lavoro è parlare continuamente con la gente, senza pretendere di insegnare niente a nessuno, senza ingerire, ma mettendo in evidenza determinate contraddizioni che ostacolano l’integrazione. Si tratta di aiutare le persone a cambiare la propria mentalità, perchè possano cominciare a guardare avanti senza dimenticare il passato, ma senza perpetuarne gli errori.”. Così il Comandante vive di piccole soddisfazioni, di quei “mattoncini” -come li chiama- che costituiscono le fondamenta di un’opera di pacificazione di cui lui, probabilmente, non vedrà mai il completamento.

È difficile pensare a tutto questo quando vediamo il nostro Ministro degli Esteri stringere la mano a quello kosovaro, quando leggiamo un freddo comunicato stampa che informa su più o meno generici miglioramenti nelle relazioni tra Pristina e Belgrado. È più facile guardare questi avvenimenti dall’alto, come incontri puramente istituzionali o come giochi di potere, è più facile considerare la nostra presenza in Kosovo come un’ingerenza o uno spreco di risorse (a seconda dei casi), anziché spiegare che dal 6 settembre dello scorso anno il nostro Paese ha assunto il Comando della missione KFOR e dei soldati di 31 nazioni, di cui 23 appartenenti alla NATO. Insomma, anche dal punto di vista dell’informazione, è più facile distruggere che costruire. Ma è proprio così che si vanificano i nostri soldi e il nostro impegno, facendo passare i nostri 550 militari impegnati in Kosovo(e gli altri quasi 5000 della comunità internazionale) come dei prigionieri del dialogo, anziché spiegare e riconoscere il loro ruolo nella costruzione del dialogo.