Esodo, ondata, emigrazione di massa, invasione, si sprecano i sinonimi utilizzati per rendere plastico ai lettori la portata del fenomeno che interessa il Mediterraneo e preme sulle nostre coste. Ormai le dimensioni del flusso indirizzato verso la Sicilia sono senza precedenti. Durante lo scorso fine settimana altri 852 immigrati sono stati soccorsi dai mezzi del dispositivo navale della Marina italiana nel Canale di Sicilia, mentre si moltiplicano gli arresti di presunti scafisti nascosti tra i disperati raccolti in mare dalle nostre navi.

 

 

 

Ma un altro fenomeno, ancora più grave, sta emergendo in queste settimane e mostra tutte le crepe del sistema messo in piedi per fronteggiare  l’ondata migratoria in entrata. Una volta arrivati a terra, molti immigrati fuggono, lasciano i centri di accoglienza per andare chissà dove. Fanno perdere le loro tracce, probabilmente tentando di percorrere lo Stivale verso nord e andare all’estero. Fughe si sono registrate a Pozzallo a Mineo, a Catania a Trapani e ad Augusta. Il tutto accade non diciamo con la complicità, ma certamente senza nessuna particolare opposizione da parte delle autorità preposte alla vigilanza. Il perché è presto detto: i centri d’accoglienza sono strutturalmente inadeguati ad ospitare una tale massa di persone, basti pensare che nella sola città di Augusta negli ultimi quattro giorni sono sbarcati 2300 migranti, e loro, i profughi, arrivano sulle nostre coste convinti di trovare il paese di Bengodi. L’impatto con la realtà è diverso, identificazione, alloggi di fortuna, attese per le pratiche burocratiche necessarie e soprattutto, voglia di andare là dove si materializza il miraggio dell’Eden, i Paesi dell’Europa continentale. In questo quadro il compito delle autorità locali e delle forze dell’ordine diventa improbo.

 

 

 

“E che dobbiamo fare? Tenerli chiusi  non possiamo, sono liberi di uscire e la maggior parte di loro non rientra” aveva spiegato all’Ansa una funzionaria del Comune di Augusta mentre sul posto assisteva all’ennesimo sbarco, 400 eritrei soccorsi da nave Espero a largo della Libia. Gli stessi che, appena scensa la sera, sono fuggiti: ne avevano fatti salire 270 su quattro pullman, con destinazione il Cara di Mineo, il centro di più grande d’Italia che ospita quattromila persone. “Non sono mai arrivati qui – racconta il poliziotto di servizio all’ingresso della struttura in provincia di Catania – . Li aspettavamo per il pomeriggio, poi per la sera. Alla fine sono arrivati solo 10, in piena notte. Appena i pullman si sono fermati per una sosta sono scappati tutti”.

 

 

 

A fuggire sono  soprattutto gli eritrei e i somali, anche perché non vogliono essere identificati e non vogliono che siano prese loro le impronte digitali. Una precauzione per chi non vuole sottostare alle norme che imporrebbero al profugo arrivato in Italia di restare nel nostro territorio e per chi preferisce non essere identificabile, avendo messo in preventivo l’ipotesi di procurarsi da vivere in qualsiasi modo, anche violando la legge. In sostanza le nostre coste sono ormai meta di migliaia di persone che si ammassano in Libia e si avventurano in un viaggio pieno di rischi riempendo le tasche degli scafisti. In Sicilia arriva un numero di migranti mai visto prima e per i quali non ci sono strutture di accoglienza adeguate e opportunità di inserimento lavorativo.  E tutto questo praticamente in concomitanza con l’abolizione, nel nostro Paese, del reato di immigrazione clandestina. Un provvedimento preso sull’onda emotiva della tragedia di Lampedusa, votato non soltanto dal centrosinistra ma anche da Forza italia ed Ncd, che ha lasciato senza strumenti le forze dell’ordine. La creazione del dispositivo navale “Mare Nostrum” ha avuto il meritorio compito di tentare di impedire altre tragedie del mare, ma ha anche amplificato il flusso migratorio. Decisioni e scelte emotive, come quelle prese fino ad ora, rischiano di essere esiziali per l’Italia. Pensare ad una accoglienza “sostenibile” e non indiscriminata, predisporre un filtro in entrata è doveroso nei confronti di un Paese che in termini di solidarietà non teme confronti.