Mezzo secolo di un movimento di idee è un arco di tempo significativo e il retrocedere negli anni fino appunto al Maggio Sessantotto per raccontarne non l’altra faccia, quanto la nuova e diversa che in esso si palesava, la «Nouvelle Droite» di Alain de Benoist e del suo Grece (Groupement de Recherches et d’Etudes pour la civilisation Européenne), può assumere il sapore provocatorio di una nemesi, così come quello di un’indebita appropriazione.

Non avendo alcun penchant né per l’una né per l’altra, né per qualsiasi logica celebrativa, rievocativa e/o nostalgica, ciò che qui interessa è una riflessione sul concetto di «metapolitica» che alla Nuova Destra francese è stato strettamente connesso e le tentazioni, gli equivoci, le contaminazioni, i rifiuti e i fallimenti legati al tentativo di coniugarla invece in termini politico-partitici.

Nel corso di questi cinquant’anni, d’altronde, la mole di studi critici sul fenomeno della ND transalpina si è fatto sempre più voluminoso e riproporne un riassunto giornalistico avrebbe poco senso. Sull’ultimo numero (n° 61) della rivista Trasgressioni, due densi saggi, di Massimiliano Capra Casadio (Il progetto metapolitico della Nuova Destra) e di Antoine Baudino (Nuova Destra e Front National: fra lavoro intellettuale e politica) rimandano però proprio al tema che più ci interessa e possono essere quindi usati come un buon punto di partenza e una conferma della sua attualità.

Quest’ultima consiste nel fatto che nell’arco di tempo cinquantennale che ci separa dal suo atto di nascita, l’opzione metapolitica si è rivelata, nel campo delle idee, l’unica in grado di comprendere, condizionare e spesso anticipare lo spirito del tempo che intanto aveva preso a soffiare. Fenomeno tanto più significativo se si considera che la ND nacque all’interno di un orizzonte ideologico-politico che del politique d’abord, la politica innanzitutto, teorizzato da Charles Maurras e dalla sua Action Française nel primo Novecento, aveva fatto una sorta di mantra taumaturgico, l’illusione cioè della presa del potere politico, delle leve dell’azione politica, come fine ultimo in quanto fine in sé stesso. Da qui una sorta di tarantolismo delle varie formazioni politiche, nel tempo costrette ogni due per tre a riposizionarsi sul mercato elettorale in una sorta di pesca delle occasioni che ne garantisse l’appeal: ora liberale tecnocratica, ora reazionaria, ora statalista, ora privatista-liberista, ora nazionalista, ora localista, ora filo americana, ora europeista, a volte persino tutto insieme e tutto il suo contrario…

Se si guarda oggi, con occhio disincantato, ai moventi profondi che stanno dietro all’avanzata del cosiddetto populismo, ci si accorgerà che il rifiuto del politicamente corretto, un frutto dell’individualismo di massa di matrice sessantottina, così come dell’ideologia dei diritti individuali sganciati da qualsiasi dovere nei confronti della collettività, della dittatura rivendicativa delle minoranze in nome del proprio «diritto alla felicità» rispetto alla volontà della cosiddetta maggioranza fatta di «gente qualunque» appartengono più a un lavorio metapolitico che a una pratica politico-politicante. Allo stesso modo, la rimessa in discussione della dicotomia destra-sinistra, la critica di un modello di sviluppo puramente economicista, il rifiuto di considerare il lavoratore come merce e la merce come nuova matrice di identità, la ridiscussione di assetti geopolitici dati come eterni a prescindere dai cambiamenti che li riguardano, hanno a che fare proprio con una riflessione critica, metapolitica, attraverso cui comprendere la complessità sociale e individuare i fondamenti ideali, valoriali, scientifici o religiosi che si muovono sotto la superficie della politica.

Nata a destra, ma già con l’intento sottinteso e poi apertamente dichiarato di situarsi «altrove» rispetto alla destra e alla sinistra tradizionali, in un campo dove fossero possibili nuove sintesi che meglio permettessero di esplorare e guidare i cambiamenti, uno degli equivoci della ND come soggetto e progetto metapolitico sarà dovuto a un’altra delle sue teorizzazioni, le gramscisme de droite, il gramscismo di destra, ovvero la conquista della società civile come condizione prima e necessaria della conquista della società politica. Si trattava di una formula felicemente ambigua e perciò foriera di fraintendimenti. Proprio perché si rifaceva al nome di Antonio Gramsci portava con sé le nozioni di intellettuali come cinghia di trasmissione del Partito, quest’ultimo come Principe dell’azione politica e referente di quella teorica, e di fatto una subordinazione e/o strumentalizzazione del pensiero rispetto alla prassi. Quello che per de Benoist era «il grande teorico moderno del potere culturale», il cui insegnamento era che «un’azione politica non ha molta possibilità di successo quando lo spirito del tempo le è ostile», si trasformerà per un certo numero di esponenti e animatori del Grece in una tentazione decisionista, motivata dalla convinzione-necessità di incarnare le idee in un soggetto politico. Che questo sia stato, nel filo del tempo, prima il giscardismo liberale, in seguito il Front National anticomunista di Jean Marie Le Pen rimanda a quel politique d’abord già citato che confonde il fine con il mezzo e condanna di fatto alla sterilità nel campo del pensiero e all’eterno quanto inappagante compromesso in quello dell’azione.

La lezione più significativa che se ne può e se ne deve trarre è che la metapolitica non è una strategia, ma una dimensione che si situa al di là della politica e presuppone un atteggiamento funzionale a comprendere la globalità del politico come categoria dell’agire umano. Nel caso di de Benoist, che ne è stato e ne resta il principale teorico, e per il quale «l’uomo non ha altra natura che la cultura secondo la quale si costruisce», equivale a mettere «forma nel mondo così come si dà forma propria» e dove, nieztschianamente parlando, per l’uomo e il suo destino «tutto è questione di volontà». E la «grande politica» insomma…

Stenio Solinas, Il Giornale, 16 dicembre 2018