Stavolta Vladimir Putin ha fatto bingo. Inserendosi tra lo sconsiderato ritiro americano dal nord-est della Siria e il tentativo del presidente turco Recep Tayyp Erdogan di approfittarne per far piazza pulita dei curdi sta regalando all’alleato Bashar Assad il tanto promesso ritorno all’ integrità territoriale.

E, soprattutto, si sta imponendo come l’unico e indiscusso risolutore dell’irrisolvibile caos siriano. Ma nulla succede per caso.

L’inusitata prontezza con cui l’esercito siriano è entrato ad Ain Issa domenica sera e a Tall Tamer lunedì mattina fa capire che l’intesa era nell’aria. E probabilmente non riguardava solo Damasco e i curdi, ma si estendeva fino al palazzo presidenziale di Ankara. La tempestività con cui gli inviati del Cremlino e di Damasco hanno strappato ai capi curdi il sì ad un ritorno nell’alveo della nazione siriana è stato sicuramente facilitato dalla furia dispiegata sul terreno dalle milizie di sfondamento jihadiste armate da Ankara. Difficile dire se quella furia fosse voluta o fuori controllo. Di certo l’irruenza del Sultano ha regalato allo Zar il migliore dei risultati.

Ora oltre a presentarsi come il salvatore dei curdi traditi dagli americani Putin può rivendicare il ruolo di grande pacificatore. Limitando il ruolo della componente curdo siriana più vicina al Pkk di Ocalan e favorendo le fazioni più moderate potrà indurre Erdogan ad accontentarsi di una presenza militare simbolica in alcuni tratti della progettata fascia di sicurezza. Per convincerlo dovrà regalargli quel che al Sultano più preme in termini di consenso interno ovvero il ritorno a casa dei 3milioni e 600mila rifugiati siriani. Ma per liberarsi di quei milioni di rifugiati il Sultano dovrà prima sgombrare da Idlib le milizie jihadiste pagate da Ankara che, con quelle alqaidiste di Jabhat Al Nusra, controllano l’ultima provincia siriana ancora in mano ribelli. A quel punto la pace sarà cosa fatta. Il 98 per cento del territorio siriano sarà di nuovo sotto il controllo di Bashar Assad, Erdogan non avrà più i profughi da mantenere e i curdi, archiviato il sogno dell’indipendenza, dovranno accontentarsi dell’autonomia già riconosciuta loro prima del 2011.

Da quel momento incomincerà però il compito più difficile di Vladimir Putin. Per garantire il suo progetto di pace dovrà neutralizzare le cellule dell’Isis rigeneratesi in questi giorni con la fuga dalle prigioni curde di molti militanti. Nel contempo dovrà garantire quella riconciliazione nazionale e quella ricostruzione indispensabili per la reintegrazione di milioni di rifugiati. In tutto questo dovrà anche tenere a bada le mire dei rivali iraniani che con la loro presenza militare e la complicità di Maher, l’irrequieto fratello minore di Bashar assai vicino a Teheran, rischiano d’innescare un nuovo conflitto con Israele. Un impegno politico ed economico ancor più complesso e più costoso di quanto non sia stata la partita militare iniziata nel settembre di quattro anni fa.