Il silenzio avvolge, ormai da qualche mese, le vicende venezuelane, eppure il Paese sudamericano vive ancora la paradossale situazione di ritrovarsi con due presidenti, Nicolas Maduro – eletto a seguito di un voto fortemente contestato dalle opposizioni – e Juan Guaidò, presidente dell’assemblea nazionale autoproclamatosi capo dello stato venezuelano lo scorso 23 gennaio. Un vero e proprio golpe quello di Guaidò che, forte del sostegno Usa, confidava evidentemente in un rapido collasso del Venezuela chavista. A dispetto delle previsioni – o delle speranze – il governo ed il gruppo dirigente chavista hanno tenuto e, soprattutto, sono restati fedeli a Maduro gli apparati di sicurezza e le forze armate. Tanto che i tentativi di forzare i posti di confine per “portare aiuti umanitari” e la defezione di un piccolo gruppo di ufficiali – con tanto di pronunciamiento concluso nel giro di poche ore – si sono risolti di fatto tutti a favore di Maduro e del suo governo.

Neanche il riconoscimento da parte degli Usa e di buona parte dei Paesi euro-occidentali del “presidente” Guaidò ha mutato gli equilibri sul campo. Anche perché Cina e Russia hanno chiaramente fatto intendere di non essere disposti a mollare – non ancora? – l’alleato venezuelano. Almeno, nel caso di Mosca, fino a quando Caracas non avrà saldato l’enorme debito contratto un questi anni per forniture militari e tecniche. Così a Washington, oltre che far trapelare la possibilità di un’operazione militare sul modello di quella che nel 1989 interessò Panama e rafforzare l’embargo economico, non è rimasto altro che far buon viso a cattivo gioco, in attesa di poter “mettere ordine” nel cortile di casa. Eppure c’è chi non si rassegna allo status quo attuale.

Da più parti, infatti, filtrano in queste settimane indiscrezioni sull’attivismo di Erik Prince in merito al dossier Venezuela. Prince, fondatore di una delle più grandi compagnie militare privata statunitense (la Blackwater, oggi Academi), avrebbe rilanciato all’amministrazione di Washington la propria proposta di favorire un cambio di regime a Caracas grazie all’impiego di un esercito mercenario. Secondo indiscrezioni il “piano Prince” prevedrebbe l’impiego di 5mila contractors da utilizzare come punta di lancia utile a provocare la sollevazione di piazza delle opposizioni, neutralizzando la reazione degli apparati di sicurezza venezuelani. E magari aprendo le porte ad una “missione di interposizione e stabilizzazione” a guida statunitense. Il tutto al modico costo di 40 milioni di dollari. Somma da reperire grazie all’utilizzo di beni venezuelani all’estero attualmente congelati o attraverso “donazioni”, queste ultime provenienti evidentemente non da filantropi quanto da soggetti interessati a mettere le mani sulle enormi risorse petrolifere e minerarie del Paese sudamericano. In prima fila nell’esercito mercenario di Price dovrebbero esserci contractors colombiani e di altri Paesi sudamericani, vuoi per evidenti motivi di opportunità politica – evitare l’impressione di un’invasione yankee – vuoi per motivi economici, considerato che un mercenario latinoamericano costa infinitamente meno di un suo collega “occidentale”.

Al momento tanto la Casa Bianca che Guaidò hanno smentito ogni ipotesi di un ricorso al “piano Prince” per superare lo stallo in cui si trova la situazione in Venezuela, eppure stando alle indiscrezioni il boss della Academi continuerebbe a lavorare alla messa a punto del suo progetto d’intervento, in particolare sotto il profilo dell’intelligence. Evidentemente a Washington non mancano ascoltatori interessati. E se l’interevento diretto degli Usa appare politicamente sconsigliabile, più “presentabile” agli occhi dell’opinione pubblica potrebbe apparire una “sollevazione popolare” sostenuta da “volontari” in armi. Un copione simile a quello andato in scena tante volte negli anni ’60 e ’70, quando sull’onda della decolonizzazione personaggi come Bob Denard, in un’alternanza di successi e fallimenti, crearono e disfecero governi e regimi.

Fantapolitica? Chissà. Di certo il dossier Venezuela resta sul tavolo dello studio ovale della Casa Bianca.