Con i loro attentati, così frequenti e così brutali, gli Shabaab hanno sempre occupato una posizione di primo piano all’interno del network jihadista mondiale. Eppure sembra che il mondo occidentale, impegnato su altri fronti, compreso quello interno, abbia da tempo quasi trascurato la minaccia e il potenziale offensivo degli estremisti islamici della Somalia, gruppo affiliato ad al Qaeda. D’altronde il Medio Oriente è in fiamme e mai come oggi le organizzazioni jihadiste hanno acquisito così tanto potere e influenza, estendendo la loro azione anche sul diversi paesi della sponda sud del Mediterraneo (e non più solo in Algeria).

IL REGNO DEL TERRORE
L’offensiva dell’Isis in Siria e Libia, le carneficine compiute dagli estremisti di Boko Haram nel Nord est della Nigeria, gli attentati, anche se in calo, delle diverse cellule di al Qaeda, e le guerre in corso in Yemen, Iraq, Siria e Libia, avevano quasi messo in ombra la guerriglia condotta da un gruppo che quest’anno compie 10 anni dalla sua creazione. Era infatti il gennaio del 2005, quando gli Shabaab (in arabo significa la “gioventù”) devastarono il cimitero italiano di Mogadiscio, simbolo cristiano, costruendovi sopra una rudimentale moschea in lamiera. Da quel momento cominciò a circolare il loro nome. E quando nel 2007 l’Etiopia ritirò il suo esercito dalla Somalia, inviato nel 2006 per sconfiggere il regime delle ben più moderate Corti islamiche, gli estremisti somali hanno sferrato un’offensiva incontenibile arrivando , nel 2009, a controllare quasi tutta la Somalia centro meridionale (compresi quasi tutti i quartieri di Mogadiscio), un territorio esteso più dell’Italia, in cui potevano disporre di aeroporti e porti.
Da allora, i dissidi tra le diverse anime del movimento, e soprattutto l’efficace offensiva del Kenya nel 2012, nel sud del Paese, avevano assestato un duro colpo a un’organizzazione che comunque ha sempre fatto degli jihadisti stranieri la spina dorsale della sua leadership. In verità la loro rete organizzativa non è stata né smantellata del tutto, né ridotta solo a piccole cellule sparse di miliziani, come avevano detto trionfalmente, e forse ingenuamente, i nuovi politici al potere a Mogadiscio, euforici dopo che il leader degli al-Shabaab, Moktar Ali Zubeyr, anche noto come Ahmed Godane, venne ucciso nel settembre dello scorso anno in un raid americano.
Le cose sono cambiate. Il vicino Yemen, dilaniato da una guerra civile e sprofondato nel caos, ha agevolato la controffensiva degli stremisti somali.
Che non sono più un’organizzazione nazionalistica, ma piuttosto un gruppo jihadista internazionale che per ora preferisce concentrarsi sul Corno d’Africa e colpire chi minaccia direttamente i loro interessi territoriali: vale a dire il Governo di Mogadiscio, sostenuto dalla Comunità internazionale e difeso dalle truppe della missione dell’Unione Africana, l’Etiopia e il Kenya. definiti occupanti.

UNA LUNGA SCIA DI ATTENTATI

La lista degli attentati degli al Shabaab è così lunga che si possono ricordare solo i più recenti, e tra questi i più efferati. .
In Kenya tutti ricordano quel tragico pomeriggio di sabato, 21 settembre 2013, quando un commando di Shabaab irruppe nel centro commerciale n Westgate di Nairobi, uccidendo 67 persone, tra cui 13 stranieri, e ferendone 200. E i somali ricordano altrettanto bene – anche perché risale a meno di due mesi fa – l’attacco contro il Central Hotel di Mogadiscio, l’albergo che ospita molti rappresentanti del governo e del parlamento somalo, dove un commando aveva ucciso oltre 20 persone tra cui alcuni deputati.
Kamikaze, autobombe, commando armati, barbare esecuzioni di civili colpevoli solo di essere cristiani. Come quella avvenuta lo scorso fine novembre, a nord del Kenya. Dopo aver fermato nei pressi del confine con la Somalia un autobus diretto a Nairobi che trasportava 60 persone, i fondamentalisti somali hanno portato via passeggeri in un luogo appartato. E qui, come oggi nel campus universitario di Garissa, è avvenuta la spietata selezione: le persone che i carnefici ritenevano musulmane furono risparmiate. I non musulmani invece falciati con raffiche sul posto.
Circa sei mesi prima, li 16 giugno 2014, il Kenya era stato scosso da un altro brutale attento. In quell’occasione, sempre un commando di Shebab aveva fatto irruzione in due alberghi della località costiera di Mpekotoni dove la gente si era riunita per vedere una partita dei mondiali di calcio. Quasi 50 persone, quasi tutti civili inermi, persero la vita massacrati sotto i colpi di arma da fuoco.

UNA MINACCIA SOMALA O INTERNAZIONALE?
L’obiettivo prioritario del gruppo resta l’instaurazione in tutta la Somalia della Sharia, la legge islamica interpretata però in modo particolarmente oltranzista e oscurantista. Cosa che stanno già facendo nelle zone rurali da loro controllate nel sud del Paese, dove le donne accusate di adulterio vengono lapidate e ai ladri sono amputate le mani.
Quasi volessero ricordare al mondo che nel network mondiale del terrore islamico non ci sono solo l’Isis, al Qaeda e Boko Haram. Ridimensionare la minaccia degli Shabaab somali al solo Corno d’Africa, fino a Uganda e Kenya, potrebbe essere poco lungimirante. Anche per l’Europa.

 

Roberto Bongiorni, il Sole 24 ore