Ancora una volta la migliore descrizione di quello che succede nel presunto e apparentemente redivivo centrodestra ce la fornisce Mao Tse Tung: grande è la confusione sotto il cielo, solo che stavolta la situazione è tutt’altro che eccellente.

Probabilmente la demagogia avventurista di Carles Puigdemont non riuscirà a portare a termine la inverosimile (ed illegittima) secessione della Catalogna, ma di sicuro è riuscita a complicare la vita alla destra politica in Italia.

Accade che la grande eco mediatica del referendum catalano, combinata alla vicinanza con quello già previsto da tempo in Lombardia e Veneto il 22 ottobre, abbia solleticato la fantasia di troppi aspiranti secessionisti di casa nostra.

Si tratta, naturalmente, della base leghista – o quanto meno di una parte non trascurabile della stessa – che infiammata dai fatti catalani ed incurante dell’evoluzione politica del movimento, ha rispolverato di colpo la vecchia retorica celodurista inneggiando alla secessione della Catalogna convinta che il referendum regionale lombardo-veneto altro non sia che la versione nostrana di quello catalano e quindi la possibile anticamera di una immaginaria secessione.

Le cose, ovviamente, non stanno così, ma si sa che lo zoccolo duro padano non va troppo per il sottile e da sempre ama le narrazioni improbabili da un tanto al chilo.

Ecco quindi spuntare anche anche qui da noi la Estelada (la bandiera della Catalogna secessionista), esibita orgogliosamente ai banchetti della Lega o indossata sotto forma di tee shirt da gasatissimi secessionisti della cassoela ai quali, però, nessuno ha spiegato che i loro compagni catalani sono favorevoli ad immigrazione e accoglienza indiscriminate, alla globalizzazione e all’Euro, sono fortemente europeisti e vogliono che Bruxelles abbia più poteri. Oltretutto dei 3 partiti che formano il fronte secessionista uno, il PDeCAT, è centrista e ultra liberista, l’ERC è di sinistra e il CUP addirittura di estrema sinistra.

Programmi e posizioni politiche piuttosto imbarazzanti per gente che si dichiara, evidentemente solo a parole, sovranista ed identitaria e che quindi in teoria dovrebbe tenersi a distanza di anni luce da compagni di viaggio del genere.

Ovviamente non sono gli aspetti folkloristici o carnevaleschi ad interessare, ma il possibile problema politico sottostante.

A quanto pare la base leghista, o quanto meno una sua parte rilevante, non ha capito nè accettato né metabolizzato la linea politica di Matteo Salvini; se vicende come quelle di Barcellona riescono a risvegliare velleità (ridicole) che si ritenevano oramai superate un problemino nel carroccio ci deve essere.

E visto che non si può tenere il piede contemporaneamente in due scarpe, quella secessionista e quella sovranista, c’è da chiedersi se alla indiscutibile leadership mediatica di Matteo Salvini corrisponda un’altrettanto indiscutibile controllo della base e del partito dove non tutti, a cominciare da Roberto Maroni, sono entusiasti della egemonia del segretario.

Quanti leghisti la pensano come l’assessore regionale della Lombardia Gianni Fava che ha definito pubblicamente Roma “capitale nordafricana“?

La confusione, però, non si ferma in casa leghista.

A Roma qualcuno si è accorto del referendum lombardo-veneto e del risveglio dei capricci secessionisti e ha reagito a modo suo.

Giorgia Meloni, dopo avere definito “propaganda” il referendum, ha chiarito sul giornale romano Il Tempo come la pensa: “non mi sono chiare le finalità dei referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto e credo che non siano chiare a tanti italiani. La confusione nasce dalle diverse dichiarazioni degli stessi sostenitori dei referendum: alcuni parlano di un primo passo verso l’indipendenza, altri di una questione che riguarda solo la gestione delle entrate fiscali, qualcuno dice che è una battaglia per il Nord, altri che è un cambiamento per il bene di tutta l’Italia”.

“L’autonomia tappa verso l’indipendenza del Nord?” si chiedeva ancora la Meloni.

Un’uscita tutto sommato fuori luogo.

Le finalità del referendum, che è puramente consultivo, sono note da tempo e sarebbero già di per sé chiarissime, almeno stando al quesito referendario:

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Non sarà certo una consultazione del genere a dare corpo ai sogni padani dei neo secessionisti, che possono urlare ed agitarsi finchè vogliono, ma di certo non possono rappresentare un problema serio per l’unità nazionale. Casomai un problema politico per Matteo Salvini.

Naturalmente la presa di posizione della leader di FDI, forse dettata da qualche mal di pancia del suo elettorato, non fa che aumentare i problemi del partito in Lombardia, il cui Coordinamento regionale lo scorso 8 luglio aveva approvato all’unanimità il sostegno al SI senza creare nessun problema alla segreteria nazionale.

FDI in Lombardia, schiacciato dalla svolta sovranista della Lega, arranca galleggiando faticosamente poco oltre il 2%, incapace sia di riaggregare le varie anime della destra che di recuperare, neppure in minima parte, gli elettori di destra rifugiatisi nell’astensionismo o nella protesta inconcludente.

Il partito sopravvive con gli ultimi residui del vecchio voto di appartenenza limitandosi ad una azione politica di basso profilo tra banali proteste estemporanee ed iniziative improvvisate buone solo per una photo opportunity e per un po’ di visibilità.

La poco accorta gestione della questione referendum non potrà che accrescerne le difficoltà ed accentuarne la marginalità, sia sul territorio che all’interno di un partito nel quale, per motivi di peso elettorale (e non solo), il baricentro appare sempre spostato verso il centro-sud.

Di sicuro la foglia di fico della libertà di scelta lasciata dal partito ai dirigenti di Lombardia e Veneto o certe goffe giustificazioni (“la preoccupazione sul fatto che una legittima richiesta di maggiore decentramento possa trasformarsi nell’anticamera di un separatismo di stampo catalano”) serviranno a poco.

Non a caso la premiata ditta Storace & Alemanno, a caccia di visibilità, consensi ed adesioni, si è affrettata a dichiarare che “non c’è niente di più sbagliato che presentarlo [il referendum] come una scelta contro l’unità nazionale” precisando di rifiutare il “nazionalismo centralista e giacobino” (questa bisognerebbe segnarsela…) e di battersi “per la vittoria del SI con un’alta affluenza di votanti”.

A questo punto non resta che tirare le somme della confusione politica che regna sotto il cielo della destra.

Rebus sic stantibus l’idea di un polo sovranista, cioè la soluzione teoricamente più originale e credibile per la crescita nel medio termine di una seria destra politica in grado si seguire il trend europeo, sembrerebbe se non impraticabile sicuramente molto difficile.

Difficile per Matteo Salvini perseguire strategie sovraniste manovrando una base secessionista, difficile per Giorgia Meloni assimilare le istanze del Nord persino dal suo stesso partito.

La distanza tra Lega e FDI su questioni fondamentali appare rilevante anche perché con le elezioni alle porte prevalgono, come sempre, interessi particolari ed obiettivi di breve termine.

Resterebbe, quindi, la vecchia minestra riscaldata, il solito cartello elettorale del riesumato centrodestra i cui soci, accomunati unicamente dall’interesse elettorale, restano divisi se non addirittura avversari, su tutto il resto.

Una coalizione puramente aritmetica che metterebbe insieme, senza nessuna logica politica, un partito “moderato e liberale” teleguidato dal PPE (oltretutto pieno di opportunisti e voltagabbana di ritorno), un partito un po’ sovranista e un po’ secessionista (difficile capire quanto dell’uno e quanto dell’altro) e un partito di destra non sempre lucido che, con un peso elettorale limitato, sarebbe comunque l’anello debole della catena.

Una coalizione capace in passato di vincere ma non di governare decentemente, nella quale la destra si ritroverebbe di nuovo in una posizione subalterna dalla quale sarebbe molto difficile esercitare un ruolo politicamente adeguato.

Sempre che, ovviamente, tutto questo non venga superato dal solito patto del Nazareno, sempre attuale e sempre in agguato. Nel qual caso la fine dei sovranisti, veri o presunti, sarà quella dei capponi di Renzo Tramaglino.