Su quanto sta accadendo ultimamente Emile Zola avrebbe imbastito un altro J’accuse; qui non intendiamo accusare, dato che le azioni commesse sono da sole più che sufficienti a stigmatizzare l’attuale classe dirigente, ma tenteremo solamente di dare un’immagine oggettiva, non edulcorata e senza sconti di un quadro desolante, dove tutti perdono ed una Nazione (parola grossa) ci rimette la credibilità per colpe solo ed esclusivamente sue.

Preferiamo essere abrasivi piuttosto che ossequiosi di un politicamente corretto che arriva a disconoscere, nella sua beatifica ottusità, l’utilità dei controlli sanitari per chi giunge da zone colpite da epidemie.

Il protagonista, ancora una volta, è il mare, questo fantastico sconosciuto, noto (e neanche a tutti) solo per qualche trasmissione televisiva a carattere ittico vacanziero; due i temi sugli scudi: la possibile cessione di due Navi Militari all’Egitto, e la definizione della ZEE algerina. A declinarla così, pochi spunti; ma considerando che le Navi fanno parte degli allestimenti di ultima generazione previsti per la Marina Militare, e che l’Algeria ha agito unilateralmente, collegamenti e valutazioni crescono in modo esponenziale.

Cominciamo dalle Navi; pur essendo un Paese proiettato sul mare ne disconosciamo apertamente la valenza, a cominciare da una classe dirigente che non possiede la benché minima idea né di potere marittimo né di interesse nazionale, perché troppo impegnata a guardarsi l’ombelico in dispute da cortile.

Solo in qualche sparuto salotto si accenna al Mediterraneo allargato, ma in realtà senza capirne un granché; avvinti all’idea levantina della gesticolante trattativa al ribasso, continuiamo a guardare il dito e mai la luna, non riuscendo a comprendere la rilevanza Navale per un Paese che nel mare e di mare ci vive.

Forse, prima di procedere a tante e discutibili iniziative parlamentari, sarebbe stato opportuno valutare con attenzione l’operato di chi è stato posto presso i punti apicali dei Ministeri. Se le decisioni politiche vengono prese in virtù di analisi preventive, non c’è alternativa: o gli analisti sono scarsi, oppure la politica, scollata dalla realtà, viaggia su quelle famose convergenze parallele che per loro natura non portano a nulla.

La netta sensazione è che la Marina Militare debba saldare, sulla pelle dei suoi uomini, un certo numero di conti aperti, risalenti all’era De Giorgi, un uomo che potrà non possedere il dono dell’empatia, ma che ha garantito la sopravvivenza della sua Arma.

Come potrà ora la Marina assolvere ai suoi compiti, senza il necessario avvicendamento con mezzi più nuovi, rimane ancora poco chiaro; forse ci vorrebbe una volta di più un Ammiraglio Birindelli, un uomo che, sulla propria pelle, per il bene della Marina, accettò le metaforiche scudisciate di una classe politica già a suo tempo inane.

Se le Navi sono diventate l’oggetto di una transazione utile a rappezzare le casse statali, allora forse sarebbe opportuno avere il coraggio di porre rimedio ai danni provocati da provvedimenti che, indirizzati alla corresponsione indiscriminata di redditi, e già nati con il crisma dell’aleatorietà, hanno mostrato tutta la loro dilettantesca inadeguatezza.

Fughiamo ora un altro dubbio: il meraviglioso concetto interforze non esiste, è pura fuffa, come dimostrato, a danno della MM, dalla gestione degli F35, di esclusivo appannaggio dell’AM anche se magari in versione navale. A voi indovinare il colore dell’uniforme di chi ha deciso; del resto bisogna prenderne atto: la mentalità militare italiana è rimasta agli anni ’30, ad Italo Balbo ed alla portaerei protesa nel mare.

Torniamo alle Navi, e soprattutto agli equipaggi. Colpevole vittima (in quanto irresponsabilmente silente) della riduzione degli organici, per effetto di spending review che hanno tenuto ragionieristicamente conto solo dei numeri ma non dell’operatività, la Marina non ha personale sufficiente ad ottemperare ai suoi compiti d’istituto; dopo aver viaggiato per anni su consistenze organiche frutto di reclutamenti numericamente diversi, anche per la Marina è arrivato il giorno della banana, in cui qualcuno si è trovato in mano un cerino consumato e bruciante.

Possibile che non si potesse prevedere? Vi anticipo la risposta: CERTO CHE SI. In procinto di perdere due Navi nuove, c’è chi se ne potrebbe rallegrare, perché non costretto ad armare, con asperrime difficoltà, ben due equipaggi, e con una flotta che risente pesantemente di mezzi attempati che non possono garantire, pur desiderandolo, particolare sicurezza.

Anche l’addestramento del personale, che ha un suo imprescindibile costo, non può essere considerato alla stregua di quello seguito in altri tempi: incidenti di volo, anche mortali, e manovre perniciose in banchina dovrebbero fornire un indicatore delle difficoltà in cui si dibatte l’Istituzione.

La prossima volta che vedrete sfilare la Banda della Marina, pensateci un attimo: dietro quelle bellissime uniformi alla Corto Maltese ci sono il sudore ed il sangue di tanti Marinai che, malgrado tutto, ogni giorno ed ogni notte fanno comunque il loro dovere; il problema è capire a chi interessi, anche se la domanda, puramente retorica, fornisce già la risposta: A NESSUNO, visto che viviamo in Paese in cui anche un fotografo, sia pur di grido, si sente libero di dire, riguardo alla tragedia del Morandi: ma a chi volete che importi se cade un ponte?

Spostiamoci su più alti lidi: Parlamento ed assunti di diritto internazionale. Solo dopo ben due anni il Belpaese, che pure celebra la nascita di movimenti politici a carattere ittico, si avvede che l’Algeria ha ridisegnato, con proprio atto d’imperio, la sua ZEE.

Rimaniamo sugli aspetti politici; malgrado testate di orientamento cattolico minimizzino la vicenda con parole e buon senso spicciolo da sacrista, rimane il fatto che il nostro Paese, per ben due anni, ha di fatto taciuto scrivendo solo qualche lettera, a cui le NU non hanno dato risposta, e proponendo ora di imbarcarsi nell’ennesimo giro di tavoli ed incontri che, se ci si fosse responsabilmente mossi per tempo, neanche avrebbero dovuto esserci.

Ma come qualificare un Paese che, malgrado gli anni trascorsi, ancora non si rende protagonista dell’interpretazione di norme internazionali grazie a cui salvaguardare il suo interesse? Tralasciando la colorazione politica dei vari governi succedutisi alla guida del Paese, chi si è mai occupato davvero del problema?

C’è chi ancora lamenta la mancanza di una governance del mare, ma non offre soluzioni proponibili, preferendo conservare un istituzionale, altero e compunto contegno che nulla leva e nulla mette, per carità neanche a provarci.

Sarebbe bello rivedere un Birindelli, un’istituzione sana ed efficiente, dei rappresentanti di quella stessa istituzione con il coraggio di esprimersi onestamente e duramente; sarebbe ancora più bello trovare qualche responsabile politico finalmente preparato, e non solo pronto ad esibizioni di burocratica mestizia sui banchi governativi mentre legge (anche inciampando) il dattiloscritto che ha tra le mani; sarebbe auspicabile trovare un Paese diventato finalmente adulto, che guarda con profitto al futuro, e non si fa condizionare da eventi passati.

La buonanotte all’Italia la facciamo dare a Ligabue, così, per rimanere su quell’interpretazione ironica e canzonettistica che agli italiani piace tanto.. “un’Italia che deve un po’ riposare, tanto a fare la guardia c’è un bel pezzo di mare”.

Walter Raleigh, Difesa onlina, 12 febbraio 2020