Privatizzare le imprese di punta italiane è uno sport ad alto rischio. Alitalia, la compagnia di bandiera italiana, è stata una delle prime vittime illustri del cecchinaggio ad alta quota. Sono lontani i tempi del battesimo dell’aria e del primo volo effettuato il 5 maggio 1947 all’aeroporto dell’Urbe di Roma. Un evento e una tratta, rilevatisi una forbice a lama dritta che tagliò in due l’Italia da Roma a Catania: pochi passeggeri per una trasvolata esclusiva, seduti su un trimotore G12 Fiat, alla modica cifra, dei bei tempi che furono, di 7.000 lire del vecchio conio. Oggi invece, come nel sorgere di un’alba sempre meno incontenibile e in un contesto, quello italiano, coperta totalmente da assenza di luce. Come catapultati nel racconto Il Promontorio del Sogno di Victor Hugo, Alitalia si annulla e con lei una genialità e una visione interrotte, dal momento che non lasciano più scampo. Echi e lustri sono troppo distanti.

 

Eppure, non tutto è riconducibile alla pena di un piano industriale – salvagente bucato – da applicare entro le prossime tre settimane. Per avere salva la vita delle ali di un’Italia che fu, l’ad della compagnia, Gabriele Del Torchio, non ha nessuna intenzione di lesinare nell’uso diverso della ex forbice creativa: il programma implicherebbe oltre mille esuberi ed entrando nel novero delle migliori (papabile da un pezzo) multinazionali, la buona condotta va rispettata. Piccole intese e l’apertura di un nuovo corso dei minimi storici, grazie probabilmente ai contributi importanti di Poste Italiane e ai radicali liberi della creatura di monsieur Benetton. Un piccolo particolare da non prendere sotto gamba: le estremità ringalluzzite d’oltralpe, Air France, vista la grande opportunità di spesa ai grandi magazzini perennemente in saldo dello stivale senza più punta e ne tacco, non si piegano. Ad alto rischio sono i 2000 contratti a termine del vettore nazionale.

 

Una spinta propulsiva verso il basso che risale al 1970 con l’avvento delle crisi petrolifere che colpirono indiscriminatamente i cinque continenti, facendo impennare il costo del carburante alle stelle. Sono un lontano ricordo? Una sola parola d’ordine e quel principio dannatamente linguistico, tattico, da applicare per il raggiungimento dell’incivile incomprensione dei fatti: deregulation. Per i “miopi” di allora e per quelle poche persone razionali di oggi, la deregolamentazione dei prezzi fortemente candeggiata nel 1978 dal Presidente americano Jimmy Carter, non fu certo un vezzo. Bensì, l’avvio incondizionato verso la speculazione petrolifera e il colpo di spugna alla regolamentazione del monopolio realizzato da Roosvelt nel 1938; includendo una competizione sfrenata senza nessuna regolamentazione del prezzo del greggio a discapito dei prezzi.

 

Un premio al gigante arabo saudita alleato da sempre. Roosvelt, contrariamente a quanto asseriscono i luminari d’occidente, incontrò nel 1945 nelle acque del Mar rosso a bordo della Quincy, Re Abdelaziz. Non fu certo un’ occasione per una conviviale pesca d’altura tra amici di vecchia data. Fissarono in comune accordo quelli che sarebbero poi divenuti i prossimi rapporti tra i due paesi. Gli Stati Uniti assicurarono tutta l’assistenza necessaria in termini di sicurezza militare e il totale sostegno alla monarchia degli Al Saud, vedendosi recapitare in cambio un dono in grado di stravolgere l’intero assetto del mercato internazionale: la gestione del mercato del petrolio. Un piccolo contraccolpo che negli anni a seguire non risparmiò l’Europa. Nel 1997 la deregolamentazione, “l’arma giocattolo che non crea aggressività” rimbalzò come una pallina da flipper in tutti gli stati europei. La palla del gran gioco raggiunge finalmente la buca: quasi tutte le compagnie di bandiera perdono sistematicamente il monopolio e l’esclusiva dei voli nazionali ed europei. Contemporaneamente il mercato aereo spalancò, concedendosi volentieri alle imprese private, che aumentarono, i voli diminuendone i prezzi. Per la prima volta il processo di privatizzazione di tutti gli spazi e la logica del profitto più volte citata da Alain De Benoist, detronizza anche i cieli.

 

All’origine dei mali di Alitalia c’e’ l’utilità vantaggiosa delle grandi cordate del credito e delle società multinazionali che, per la prima volta, agiscono sinergicamente per “salvare” l’azienda. Chiarendo, l’opera aggressiva e lo smantellamento di una società italiana in liquidazione da un bel pezzo: l’ennesima comprova e l’attuazione, anche se in minor misura per il comparto aereo in Italia, salvo fino a poco tempo fa, e qui bisogna ammetterlo, grazie alle disposizioni di salvaguardia portate avanti dal precedente governo, dei saldi di fine stagione. Air France/Klm detiene il 25% delle azioni dell’azienda e grazie al lasciapassare della “strana coppia” Alfano-Letta, potrebbe ingrandire il raggio d’azione del suo intervento investendo altri 75milioni di euro. Le banche che ruotano attorno alla “piccola nota di credito” societaria, dovrebbero incrementare il loro apporto a 200 milioni di euro. Intesa Sanpaolo, Immsi e Atlantia, facenti capo alla cordata capitanata dalle grandi holding delle partecipazioni industriali e del settore bancario che hanno investito in Alitalia sin dal 2008, pare vogliano incrementare la loro compartecipazione versando nuovamente altri 75 milioni di euro. Diamo pure l’addio alle logiche di gestione del bene pubblico di uno Stato che dovrebbe per primo riformarsi. Vecchi vizi e poche virtù? Della costante deregolamentazione inculcataci. Bon Voyage Ali d’Italia.