Il 4 novembre del 1956 i carri armati sovietici entravano in Ungheria e soffocavano nel sangue la rivoluzione alla quale, nel nome della libertà, avevano dato luogo giovani e anziani, intellettuali e lavoratori, famosi sportivi e donne: tutto un popolo. Dalla radio improvvisati speakers, in trasmissioni drammatiche, chiedevano invano aiuto all’Occidente libero. Le Grandi Potenze occidentali rimanevano sorde, giustificando il loro mancato intervento nel volere evitare un altro conflitto mondiale, ma, piuttosto, in omaggio agli accordi di Yalta. Pochi giorni dopo, nello stesso mese di novembre, le stesse Grandi Potenze intervenivano militarmente in Egitto per impedire le conseguenze della nazionalizzazione del canale di Suez, la via del petrolio, rischiando veramente che deflagrasse un nuovo conflitto.

Quelli della mia generazione eravamo, allora, giovanissimi, ma quegli episodi ci segnarono profondamente.

Imparammo che di fronte ad interessi economici, soprattutto legati alle fonti energetiche, si è disposti a tutto, a rischiare ogni cosa. Nel 1956, come oggi. Si afferma di voler esportare libertà e democrazia, ma, spesso, si vuol essere solo sicuri di poter importare barili.

Non solo: nel corso di questi anni abbiamo pure imparato che la trasformazione rovinosa della nostra terra, conseguenza delle modificazioni climatiche, non è un dato futuribile, frutto di elucubrazioni di scienziati-cassandre, che – forse – generazioni future, e a noi sconosciute, subiranno. Stiamo, viceversa, e con sgomento, verificando che la terra si sta modificando sotto i nostri occhi, per cui le paventate modificazioni ambientali, siccità, desertificazione, innalzamento dei mari, saranno subite da generazioni che noi stessi conosciamo. Quanto accade è senz’altro il frutto di interessi egoistici di poteri forti che, in un mondo globalizzato, diventano sempre più forti. Ma è anche il frutto di una politica falsamente verde che, volendo ricercare consenso e, quindi, potere, attraverso battaglie ecologiste astrattamente giuste, spesso si attesta su posizioni demagogiche, più pericolose del male che afferma voler combattere.

La politica energetica di un paese non può essere frutto di scelte emozionali.

Pensiamo al referendum sul nucleare e ai ritardi che quella scelta, certo di carattere emotivo, ha provocato al Paese, e che, lungi dall’aver risolto il problema energetico in senso ecologico, ci costringe a pagare l’energia ai prezzi più alti dell’occidente civilizzato, acquistandola, fra l’altro, da paesi limitrofi, prodotta in centrali nucleari poste a pochi chilometri dai nostri confini.

Pensiamo alla battaglia che i “verdi” conducono oggi in Sicilia contro le ricerche di giacimenti e l’utilizzazione di quel mare di gas sul quale galleggia la Sicilia, affermando che ciò comporterebbe l’inquinamento di monumenti, città e chiese, mentre gli stessi sostengono il costosissimo ed antieconomico fotovoltaico che provoca certamente inquinamento visivo, ma anche desertificazione del territorio ed insormontabili problemi di smaltimento. Non so se questa opposizione sia dettata unicamente da una volontà ecologista, ma certamente utilizza argomenti demagogici, considerando che, contrariamente a quello che si va affermando, si tratta di una fonte energetica a basso impatto ambientale e a quasi nullo impatto paesaggistico. E questo avviene nel momento in cui la Russia, maggiore fornitore di questa energia, continuamente minaccia riduzioni sospensioni delle forniture e aumenti dei prezzi, e mentre l’altro fornitore, l’Algeria, torna ad essere un paese assolutamente inaffidabile.

La politica energetica di un paese, e, quindi, tutte le scelte consequenziali, in politica economica ed industriale e in politica estera, devono necessariamente rispondere a due irrinunciabili esigenze: la tutela dell’ambiente nel presente e nel futuro, e l’indipendenza politica, il tutto in un chiaro rapporto di costi-benefici. Certo è che l’attuale situazione energetica si caratterizza per la straordinaria complessità: domanda energetica mondiale sempre crescente, alti costi economici, ambientali, sociali e politici, paventato esaurimento delle fonti energetiche tradizionali.

Questo tema, andrebbe affrontato senza pregiudizi ideologici, allo scopo di chiarire le attuali prospettive in Italia, nell’ambito della situazione energetica complessiva e delle previsioni da qui a settant’anni, individuando problematiche ed opportunità concrete.