Oramai commentare le scomposte e maldestre uscite degli oligarchi europeisti è come giocare a Space Invaders: non fai in tempo a colpire un mostro spaziale (europeista o buonista nel nostro caso) che subito ne spunta un altro più grosso e più tremendo.

Archiviati Michelle Bachelet e Pierre Moscovici ecco spuntare immediatamente altri due invasori spaziali, uno molto comico ed uno molto inquietante.

Il primo è un certo Jean Asselborn, di professione ministro degli esteri del Lussemburgo.

Il titolo pomposo non deve ingannare: il signor Asselborn, politico socialista – quindi più o meno della stessa parrocchia di Moscovici – fa il ministro di uno staterello di 582.972 abitanti, meno della metà di quelli del Comune di Milano e otto volte meno di quelli della provincia di Roma.

In un mondo normale nessuno darebbe troppa importanza alle esternazioni di una specie di assessore comunale col titolo di ministro di un paese dei campanelli, ma questa è la logica distorta della tanto venerata costruzione europea: membri apparentemente tutti uguali ma in realtà divisi tra paesi egemoni e insignificanti satelliti che gli girano intorno assecondandoli, come le remore con gli squali.

In realtà il piccolo granducato da operetta rappresentato Asselborn ha per i poteri economici e finanziari un’importanza che va molto al di là delle sue dimensioni: è infatti un colossale paradiso fiscale nel cuore dell’Europa e della UE.

Una legislazione fiscale e societaria di comodo che ha pochi uguali nel mondo, concepita dall’attuale presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker quando era ministro delle finanze e poi primo ministro del Granducato, ha riversato nei forzieri del piccolo staterello una fiumana di miliardi.

Grazie alla più totale discrezione e a tassazioni di enorme favore da anni confluiscono in Lussemburgo da tutta Europa (Italia in testa) grandi patrimoni e colossali risorse economiche sottratte al fisco dei paesi dove sono prodotte e dove dovrebbero restate.

Una specie di concorrenza sleale, basata sull’elusione, all’interno di un’area economica che dovrebbe avere regole omogenee e che nei melensi racconti dei retori europeisti sarebbe basata su solidarietà e fratellanza.

E’ in Lussemburgo, ad esempio, che sono piovute per anni le enormi rendite che i Benetton hanno succhiato dalla vergognosa concessione di Autostrade regalata loro da tre diversi governi di sinistra.

Solo nel 2012 e solo perché costretta da un’indagine della Guardia di Finanza la società lussemburghese Sintonia, cioè la controllante delle attività dei Benetton, è stata rimpatriata dopo una sorta di patteggiamento con l’Agenzia delle Entrate che ha rinunciato a contestare utili esterovestiti stimati in 50 milioni di euro in cambio di una sanzione di 12 milioni e del trasloco a Milano di quella che a tutti gli effetti era una società di comodo creata per minimizzare le tasse sugli utili prodotti in Italia.

E la situazione è pressoché analoga per molti blasonati nomi del capitalismo all’italiana.

Sarebbe quindi questa la realtà in nome della quale un insignificante politico socialista di paese pretenderebbe di fare la morale a chi sta solo cercando di difendere i propri interessi nazionali.

Ed essendo, per l’appunto, un politicante provinciale un po’ buzzurro lo ha fatto con modi e linguaggio da osteria di campagna: interrompendo ed insolentendo un collega che stava solo esponendo le sue posizioni in un vertice ufficiale, concludendo poi l’esibizione col proverbiale linguaggio alla Cambronne: “Merde alors”.

Un figura barbina che rappresenta perfettamente la situazione di certi mediocri fantocci politici europei, poveri di idee e di cultura, oramai sull’orlo di una crisi di nervi di fronte alla prospettiva di essere ridimensionati o spazzati via dalla loro incapacità prima ancora che dal vento che spira oggi in tutta Europa.

Non contento della prodezza ed evidentemente a corto di argomenti, il “ministro” Asselborn in chiara difficoltà ha pensato bene di rincarare la dose e seguire il penoso esempio di Pierre Moscovici giocando la solita e scontata carta del fascismo, un jolly buono per tutti gli usi: “Salvini usa metodi e toni dei fascisti degli anni Trenta” ha dichiarato a Der Spiegel.

Di fronte a comportamenti del genere non vale nemmeno la pena di confutare l’argomentazione addotta dal simpatico personaggio nella discussione con Salvini: gli Italiani non possono parlare di limiti all’immigrazione perché sono stati per anni migranti anche loro.

Argomento falso e spuntato ma molto caro anche ai buonisti nostrani, come non hanno mancato di rilevare gioiosamente alcuni giullari televisivi del cosiddetto servizio pubblico, come sempre a disposizione per il più ottuso collaborazionismo.

Peccato che mettere sullo stesso piano emigranti che andavano a lavorare duramente in un paese straniero (nemmeno troppo ospitale nei loro confronti) con documenti regolari e rispettando le leggi non possano nemmeno essere avvicinati a masse di immigrati clandestini gestiti da trafficanti uomini che si arricchiscono sulle loro spalle consegnandoli a compiacenti traghettatori e ad un assurdo sistema di gestione inquinato dal malaffare che, secondo molti, dovrebbe fare il lavoro sporco per tutta Europa, incluso il lindo e tranquillo Granducato del signor Asselborn.

Un paragone che insulta prima di tutto i grandi sacrifici degli Italiani di qualche generazione fa.

Colpisce che di fronte ad episodi del genere l’unica reazione registrata dal colle più alto di Roma sia la solita ed inutile retorica: “No a mercanteggiamenti sul bilancio e nazionalismi. Nessuno può mettere in discussione l’Ue”.

Da chi rappresenta l’unità nazionale sarebbe lecito aspettarsi di più e di meglio.

Molto più serio ed inquietante è l’intervento del secondo invasore spaziale.

Mario Draghi, presidente della BCE ha deciso di lanciare pubblicamente una scudisciata al governo in carica, un intervento irrituale che assomiglia molto ad un vero e proprio avvertimento.

“Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare […] Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese anche se tutto ciò non ha contagiato granché altri paesi dell’Eurozona, rimane un episodio principalmente italiano”.

Aggiungendo poi che “il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi e il Qe è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo. Non è nostro compito assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione” (NDR: che poi è il vero problema dell’Eurozona: la mancanza di una banca centrale come del prestatore di ultima istanza).

Parole identiche a quelle che il coretto dei circoli europeisti nostrani allergici ai risultati elettorali e ansiosi di preservare i propri interessi, ci propina da mesi.

E’ evidente che se Draghi avesse voluto dare un consiglio amichevole al governo avrebbe potuto farlo in molto altri modi più discreti ed utili.

Lo scopo, quindi, è un altro: eliminare il sospetto di “amicizia” tra italiani, chiarire urbi et orbi la propria distanza dal governo italiano in carica ed, anzi, mostrare chiaramente da che parte sta e cosa ci si possa aspettare in Italia da lui: niente, a parte l’intenzione di mettere in riga con le buone o con le cattive eventuali ministri non allineati.

Un intervento a gamba tesa insolito e preoccupante che fa capire come lo schieramento europeista si stia compattando e preparando allo scontro, pronto a domare a colpi di spread e strumenti finanziari il recalcitrante governo italiano, come farebbe in un rodeo un cow boy con un torello da prendere al lazo.

Inutile dire che nemmeno in questo caso è mancato il coretto insulso e masochista dei collaborazionisti, una legione di mariti fessi pronti a tagliarsi gli attributi per fare dispetto alla moglie.