Gli Spagnoli andando a votare per la quarta volta in quattro anni, due volte negli ultimi sei mesi, hanno consegnato alla destra italiana una lezione interessante. Da anni e anni ci sentiamo ripetere che il problema della politica italiana è la mancanza di una destra “moderna”, “perbene”, “conservatrice e liberale”, “europea”, “moderata”, “gollista”, che non sia ”nostalgica” o “estremista”. Un vecchio pallino di Indro Montanelli che negli anni ha continuato a perpetuarsi e rigenerarsi come una specie di Chimera politica partorendo creature bizzarre ed inutili, tutte ingloriosamente fallite.

Apparteneva alla specie, ad esempio, il patetico fantoccio politico creato da Gianfranco Fini, ma già dietro all’esperienza, anch’essa fallimentare (anche se fa comodo credere il contrario), di Alleanza Nazionale-PDL c’era il feticcio della presentabilità, della discontinuità e della conformità (o meglio del conformismo) a canoni politici corretti ed accettati.

Il 10 novembre la Spagna ci ha confermato che è inutile invocare modelli di destra teorici e preconfezionati. A Madrid la destra moderata, presentabile e politicamente corretta esiste praticamente da quando esiste la democrazia. Dopo la morte del Caudillo l’astuto Manuel Fraga Iribarne, già ministro in molti governi del regime, era stato abilissimo a prendere la guida dei postfranchisti e a traghettarli nella democrazia depurandoli da nostalgia e tentazioni autoritarie. Aveva fondato Alianza Popular, inglobando a poco a poco la miriade di schegge più o meno consistenti in cui si era frantumato il “Movimiento”, lasciando fuori solo qualche pezzetto alla sua destra per avere un alibi politico.

Negli anni il partito aveva poi raggiunto una considerevole forza parlamentare, assorbendo anche una fetta del partito centrista di Adolfo Suarez, che aveva gestito il passaggio alla democrazia, dissoltosi dopo il completamento della transizione. Si era così trasformato prima in Coalición Popular e successivamente nell’attuale Partido Popular, cancellando gradualmente tutte le tracce che lo riconducevano al franchismo. Fraga aveva completato l’opera facendo un passo indietro e consegnando il partito ad un giovane delfino appositamente allevato, José María Aznar, il quale aveva finito di ripulire e si era inserito nella buona società politica con l’adesione al Partito Popolare Europeo, all’Internazionale Democratica di Centro e all’Unione Democratica Internazionale.

A quel punto del vecchio partito postfranchista non era rimasto quasi più niente, al suo posto aveva preso forma un “moderno” e sbiadito partito moderato di centro destra che come tale aveva potuto andare tranquillamente al governo.

Una volta ai comandi il PP aveva appiattito la Spagna su una linea moderata, europeista, liberista, deferente nei confronti della UE e inchinata all’egemonia franco-tedesca in Europa, mentre in patria aveva a cuore più che altro gli interessi dei grandi potentati economici e finanziari. Dopo essersi alternato al potere con i socialisti del PSOE (ma la politica dei due partiti era di fatto molto simile) la crisi economica – in Spagna molto più grave che da noi – ha finito col presentare il conto.

Il Partido Popular aveva vinto trionfalmente le elezioni del 2011 col 44,63% e la maggioranza assoluta in Parlamento, ma continuando a seguire la solita politica liberale-conservatrice e ad applicare ossequiosamente le ricette europeiste (cioè tedesche) del rigore non era riuscito a risolvere nessuno dei gravi problemi che attanagliavano gli Spagnoli, né quelli vecchi, economici e sociali, né quelli nuovi come la crescente aggressività dell’indipendentismo catalano. Non riuscendo più ad essere politicamente né carne nè pesce la destra perbene, accettata nei salotti e nelle redazioni ma sempre più lontana dal paese reale, ha finito per essere corrosa sia da destra che dal centro.

Alle elezioni del 2015 il PP crolla al 28,7%, sembra riprendersi un po’ nel 2016 (33,01%) ma alle elezioni di aprile 2019 affonda al 16,69% per stabilizzarsi al 20,82% della settimana scorsa, ma solo grazie al recupero di una parte dei voti che erano finiti ai liberali di Ciudadanos, crollati a loro volta dal 15,86% di aprile al 6,72% di novembre.

Dove sono finiti i voti di destra fuggiti dal PP? Semplice: sono tornati a casa, cioè in un vero partito di destra-destra (senza centro), nato da zero e passato in poco tempo dallo 0,20% delle politiche del 2016 al 15,09% (52 seggi) della settimana scorsa, vero vincitore politico delle elezioni.

Un partito nazionalista, identitario, rispettoso della storia della Spagna, delle sue tradizioni e della sua cultura profonda, poco incline ai compromessi moderati ed all’inquinamento di poteri forti, lontano dal pensiero unico liberista e deciso a difendere l’interesse nazionale. A dimostrazione del fatto che, specialmente in tempi come questi, se la vera destra, sociale e nazionale, non esiste bisogna inventarla, e dove esiste non bisogna trasformarla, manipolarla, annacquarla o sterilizzarla in nome di calcoli ed interessi estranei, o contrari, a quelli nazionali, all’identità ed alla storia.

Non a caso ora in Spagna i poteri forti, domestici e non, in nome della “stabilità” fanno il tifo per un governo di sinistra (PSOE+Podemos, cioè l’unione dell’estrema sinistra) privo di maggioranza ma appoggiato dal Partido Popular almeno con l’astensione. Una specie di solidarietà nazionale andreottiana in versione iberica. Ipotesi tutt’altro che inverosimile e mai apertamente rigettata dal leader del PP Pablo Casado. Se accadesse la parabola politica del PP verosimilmente si chiuderebbe a favore di VOX.

La lezione spagnola può insegnarci qualcosa? Al di là della diversa storia politica dei due paesi, i punti di contatto con la destra italiana sono molti meno di quelli che sembrano. Tralasciando l’indecifrabile movimentismo di Matteo Salvini (che ora a quanto pare difende l’euro e vedrebbe bene Mario Draghi alla presidenza della Repubblica) i primi emuli nostrani di VOX dovrebbero essere i fratellini della Meloni, loro alleati in Europa ed in gran crescita secondo i sondaggi, beneficiati dalla definitiva decomposizione del berlusconismo e, soprattutto, dalle malefatte del patetico governicchio M5S-PD. 

Il percorso del “nuovo contenitore” della Meloni, però, è molto diverso da quello di VOX. Zigzagando di qua e di là alla ricerca di spazio e consensi tra sovranismo e moderazione centrista, FDI ha imbarcato un po’ di tutto navigando a vista e facendo leva più su slogan e presenza mediatica che su una linea politica chiara e su valori di riferimento forti e definiti, che sono invece i punti di forza di VOX.

La nuova destra spagnola, oltretutto è un fenomeno completamente nuovo, nato spontaneamente dal basso, a differenza di FDI che ancora si trascina dietro l’eredità di AN, esperienza mai veramente compresa, una buona parte del suo vecchio apparato e molti difetti e cattive abitudini di quel mondo. Non è affatto detto che alla sua crescita di consensi, indotti dalla situazione contingente e da errori altrui, corrisponda automaticamente una proporzionale crescita della reale capacità politica.

Come diceva JFK “a rising tide lifts all boats” (la marea che sale fa salire tutte le barche). Poi governare e risolvere i problemi è tutta un’altra storia.