Dopo una nebulosa sequenza di indecisioni e tira e molla, dei quali è impossibile capire dall’esterno le reali motivazioni e le effettive dinamiche, Giorgia Meloni ha deciso di restare fuori dal nascente governo sovranista (o “populista” secondo la terminologia da talk show politicamente corretto) Lega-M5S.

Limitandoci all’analisi politica, al netto di eventuali ragioni legate a questioni caratteriali, personali e contingenti che pure in politica hanno un peso, la decisione è sostanzialmente incomprensibile.

Restando fuori si rinuncia a dare ad un piccolo raggruppamento politico altrimenti ininfluente e marginale un ruolo utile ed efficace nel gioco politico che sta prendendo forma.

Il tanto criticato “contratto” Di Maio-Salvini (che altro non è se non un banale accordo politico come se ne sono visti a centinaia senza che mai si sollevasse una cagnara come quella che stiamo vedendo) prevederebbe in realtà la realizzazione di molti punti, anche importanti, del programma del cosiddetto centrodestra oltre a delineare un approccio di rottura con la fallimentare politica del passato e con le oligarchie e i gruppi di potere, nostrani e di importazione, che con le buone o con le cattive l’hanno sostenuta con i risultati che sappiamo.

Programmi ed obiettivi che dovrebbero essere non solo condivisi ma sostenuti attivamente da qualsiasi soggetto politico che voglia seriamente definirsi di “Destra”. Intendendo per destra non la ripetizione a pappagallo di slogan e frasi fatte o l’adorazione di simboli oramai svuotati di ogni significato, ma la rigorosa ed effettiva difesa dei valori, della cultura e degli obiettivi di una destra moderna a cui viene chiesto di fermare il declino nazionale imposto dal pensiero unico dominante, dalle ideologie liberiste che lo ispirano e dalle oligarchie – economiche, intellettuali, burocratiche – che operano al suo servizio e per i propri interessi.

Con la decisione di passare addirittura all’opposizione, FDI rinuncia a combattere questa battaglia politica evitando accuratamente di contribuire a spostare ancora più a destra l’asse del nascente governo, ovvero il modo migliore di investire politicamente il tesoretto della sovradimensionata rappresentanza parlamentare ottenuta in qualche modo il 4 marzo.

Una scelta che avrebbe permesso di uscire dalla marginalità recuperando un ruolo politico rilevante, vista l’utilità dei 18 voti di FDI al Senato.

Invece, se veramente voterà contro la fiducia, il piccolo partito della Meloni si ritroverà, paradossalmente, dalla stessa parte del PD, delle sinistre varie e del redivivo Berlusconi, moderato ed europeista, nuovo uomo di fiducia del PPE, cioè della Merkel, e garante delle eurocrazie di Bruxelles e dei loro interessi.

Un bel paradosso, perché significherà votare per principio contro chi vorrebbe tentare di realizzare una gran parte del programma elettorale della destra e perseguire obiettivi da sempre considerati, evidentemente solo a parole, irrinunciabili.

Col risultato di essere comunque costretti, per non perdere definitivamente la faccia, a votare provvedimenti del futuro governo Conte, basti pensare ad immigrazione ed ordine pubblico, senza avere, però, nessuna influenza.

Per giustificare la sua posizione di rifiuto alla collaborazione col governo in formazione, la Meloni ha sempre addotto la sua fedeltà all’alleanza di centrodestra, della quale alla fine è rimasta l’unica vera paladina, un po’ come gli ultimi giapponesi nella jungla, visto che Salvini ha fatto altre scelte e Berlusconi, come sanno anche i sassi, propende da tempo per il patto con Renzi che solo la batosta elettorale ha reso impossibile.

La cosiddetta “alleanza” ha esaurito da tempo la sua funzione originaria, ha dimostrato di essere inefficace come alternativa di governo ed è sopravvissuta solo come una specie di consorzio elettorale utile a seconda dei luoghi e delle circostanze.

Nonostante questo Giorgia Meloni in queste settimane ha basato la sua posizione politica quasi esclusivamente sulla riproposizione acritica di questo vecchio schema oramai obsoleto, costruendoci sopra anche una narrazione di comodo secondo la quale il centrodestra avrebbe “vinto le elezioni” e quindi avrebbe dovuto avere dal Presidente della Repubblica l’incarico pieno anche senza maggioranza parlamentare, da trovare poi strada facendo.

Affermazioni totalmente inconsistenti sia da un punto di vista giuridico-istituzionale, Mattarella in realtà ha applicato finora le norme costituzionali in modo ineccepibile (con lui i problemi casomai sono altri), sia politico visto che una ipotesi del genere avrebbe portato ad un governo debole, mancante di una cinquantina di voti e quindi ricattabile a piacere da trasformisti e “responsabili”.

Difficile, quindi, giustificare politicamente la scelta di FDI, che dovendo optare per uno dei due ex soci del consorzio ha deciso di fare da stampella al Berlusconi attuale, terminale dei poteri forti europei, contro un Salvini imbarcato nella scommessa sovranista.

Persino Casapound ha in qualche modo dichiarato apprezzamento, anche se con qualche inevitabile riserva, per il disegno politico di Salvini, che per la Meloni invece sarebbe “a chiara trazione grillina, con l’aggravante di avere un premier espressione del M5S che è un tecnico, quindi il Mario Monti di Luigi Di Maio, col cuore che batte a sinistra, amico della Boschi e di Napolitano”.

Descrizione buona per un comizio ma molto lontana dalla realtà dei fatti, almeno per come si sta evolvendo.

Secondo la leader di FDI Salvini “È l’unico generale che conosco che, appena vinta la guerra, si consegna al nemico lasciando sul campo di battaglia una parte delle truppe”, ma la metafora militare non è la più adatta al caso in questione.

Più che un prigioniero di guerra il capo della Lega è il socio di minoranza di una società dotato di golden share: senza di lui Di Maio non può fare niente, a questo punto nemmeno tornare indietro. Il famoso “contratto” è un realtà un patto di sindacato che conferisce ai due contraenti uguali poteri sostanziali nella governance comune del nascente governo.

Difficile parlare di “trappola grillina di farsi isolare e indebolire” per un governo nel quale la Lega (a quanto risulta al momento) occuperà il Ministero degli Interni con il suo leader e designerà quello dell’economia.

La Lega di Salvini, oltretutto, è in forte crescita (24/25% secondo i sondaggi) e nulla gli impedirebbe, in caso di problemi con l’improvvisato alleato grillino, di ritirarsi e andare alle elezioni, che finirebbero comunque per consolidare la sua leadership anche sul vecchio consorzio elettorale, ridimensionando ulteriormente un Berlusconi in declino al 10%.

Ed in quel caso difficilmente il partito della Meloni (che al momento galleggia sul 3,5/4%) riceverebbe in regalo i seggi parlamentari che si è ritrovata il 4 marzo. In pratica, quindi, a meno di sconvolgimenti imprevedibili, per Salvini è una alternativa win-win.

Per la Meloni, invece, siamo al comma 22: chiamandosi fuori in quel modo qualunque cosa succeda, rischia di pagare un conto politico molto salato.