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Il dibattito, non disputa e non contesa perché il confronto è palesemente impari e non riporta alla mente la celebre frase di sfida di Pier Capponi, tra il professor Roberto Perotti, già commissario alla spesa pubblica, e l’attuale responsabile, “unto del Signore, inserito in uno dei mille e mille “cerchi magici” alle spalle del “premier”, è risultato farsesco.

Del resto ben sappiamo che i difensori d’ufficio, rispettabili professionisti, non hanno mai scritto pagine giuridiche esaltanti e, come tali, sono antitetici all’obiettività e alla serenità critiche.

Alle domande di Federico Fubini sul Corriere della Sera, Perotti replica sin dall’inizio con stringatezza e determinazione ardua da confutare. Apre parlando di “ingannevolezza” sulla riduzione della spesa e di un suo inesistente miglioramento qualitativo, difficile se non addirittura impossibile da ottenere per il carattere raffazzonato, superficiale, solo teatrale delle misure annunziate. Il governo, dopo aver fallito o aver conseguito risultati meschini nelle iniziative “ad horas”, urgenti, ha la pretesa, l’ardire o la demagogia di profondersi e dilungarsi in questi giorni su piani pluriennali, “ad annos”.

Il professore formula giudizi, che una opposizione seria, lontana da vaniloqui autonomisti e federalisti, riscoperti da Salvini, o dalle manovre nebbiose, formulate solo a salvaguardia degli interessi degli imprenditori, di cui è espressione, Parisi, dovrebbe fare propri. Perotti non esita a ritenere i vari bonus “piccoli, spesso elettorali, estemporanei”, privi di “un disegno organico”.

Ripercorsi i diversi giochi e giochini, imbastiti con i tagli, l’intervistato ha gioco di grande facilità nel sostenere che “annunciare sgravi è facilissimo, tagliare la spesa pubblica è maledettamente difficile”

Ugualmente scontata, ma non applicata nel dibattito politico, è l’osservazione sulle misure sociali raggiungibili solo attraverso “un serio programma di tagli alla spesa”, ottenuto “aggredendo” i costi della politica. Perotti denunzia la mancanza, mai incisivamente segnalata,   “di una revisione organica di tutti i comparti statali, la giustizia, le Regioni, gli enti locali, tutti i livelli ministeriali”.

Continuando nel processo, Perotti segnala che nulla è stato ridimensionato sugli stipendi pubblici, a tutti i livelli, soprattutto apicali ministeriali, degli enti locali (spesso assolutamente immeritati, come sa chi abbia visto l’ultimo film di Checco Zalone), della giustizia (non ne parliamo per carità di patria).

Duro ed inascoltato per il vuoto di partiti e uomini pronti a raccoglierne e utilizzarne le indicazioni, è sulla riforma Madia, costruita solo con “criteri formali, aggirabili e senza mordente”, “basata su pompose enunciazioni generali” sull’Italia, paese zeppo di squilibri e di iniquità, sull’inguaribile disfunzione rappresentata dalla RAI, dall’esecutivo in carica aggravata con la concessione del canone obbligatorio, troppo spesso conseguito iniquamente.

L’unico punto di dissenso riguarda il voto sul referendum, per Perotti favorevole grazie al bambinesco e qualunquistico apprezzamento per l’eliminazione del bicameralismo. Sono – lo confesso – tentatrici le norme volte ad un ridimensionamento dei poteri delle Regioni, difese dai berlusconiani, ma sul piano del futuro democratico sono terrificanti e condizionanti le previsioni sugli effetti della legge elettorale.

Il povero De Gasperi fu accusato di tentazioni autoritarie per la sua legge “truffa” e Mattarella, nella sua recente rivisitazione, si è ben guardato dal difenderlo mentre francamente in chi scrive, alla luce dell’inerzia e dell’inconcludenza della minoranza (mai opposizione) è presente la tentazione di aderire ai “Comitati per il no”, lanciati da D’Alema, denigrato gratuitamente da “Libero”.