Non è facile fare una serie televisiva su un tema abusato e al tempo stesso alquanto sconosciuto come lo spionaggio. Il rischio più incombente è quello di mettere insieme una lunga serie di luoghi comuni, che sembrano tutti credibili ma solo nella misura in cui fanno parte dell’immagine costruita dalla cultura dominante sull’attività dei servizi segreti.        Come avido divoratore di serie televisive, mi capitò per caso di vedere su Sky una puntata della prima serie di “Le Bureau des Légendes“, di Eric Rochant, dedicata a una specifica divisione della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure), il servizio di spionaggio francese dipendente dal Ministero della Difesa e specializzato nell’acquisizione di informazioni “sensibili” all’estero.        

Mathieu Kassovitz (Malotru)

Nel vedere una puntata a caso, mi colpì subito la profondità dell’approccio, la sapiente mescolanza tra situazioni assolutamente credibili dal punto di vista professionale e altre molto più “cinematografiche”, l’ottima scelta dei protagonisti (non solo il celebre Mathieu Kassovitz, regista di un film di culto come “La Haine“), dei deuteragonisti e perfino dei personaggi minori, tutti molto bravi a livello di credibilità e recitazione.        Così, ho visto in sequenza le prime tre stagioni dell’intera serie, ormai arrivata alla quarta stagione e con la quinta in preparazione, e il mio giudizio assolutamente positivo ne è uscito ulteriormente confermato. Se un cambiamento c’è stato, esso consiste nel fatto che la terza serie pare il frutto di una più stretta collaborazione dei creatori con il Ministero della Difesa e la stessa DGSE, quasi a fare di “Le Bureau” una sorta di proiezione metapolitica del Ministero stesso, nella medesima logica con cui il Pentagono aiuta massicciamente Hollywood per promuovere una certa visione della politica militare e delle Forze Armate degli Stati Uniti.        

Se questa è la cornice – e si tratta di una cornice costruita in maniera decisamente convincente – ancora più convincente è il quadro che essa racchiude, dominato da due elementi preponderanti: la menzogna e la manipolazione. Ciascuno dei protagonisti e dei comprimari ne fa uso a piene mani, non solo per deformazione professionale, ma perché l’intera vicenda è inserita in un contesto che, se ha un pregio rispetto a tante serie analoghe, è di non essere assolutamente manicheo. Non ci sono “buoni”, ne “Le Bureau“, né gli americani (ai quali è riservata una buona dose di diffidenza nazionalista gallica), né gli stessi francesi – la cui politica verso il regime siriano di Bashar Assad, verso quello turco di Erdogan o verso gli indipendentisti curdi è a geometria variabile e retta da un cinismo raggelante, ma tipico della politica internazionale di qualsiasi Paese intenda stare da protagonista (o quasi) nello scacchiere planetario – e neppure (udite, udite!) gli israeliani, presentati in forma assolutamente realistica, cioè giustamente cinici e spietati come tutti gli altri. Quanto ai “cattivi”, quel ruolo tocca davvero solo all’ISIS, perché il regime siriano di Assad, se certo non viene presentato come “buono”, potrebbe essere pur sempre suscettibile di cambiamenti da parte della politica di Parigi e dunque mutare natura…        

Non sono sicuro che lo spettatore medio, scarsamente a conoscenza della politica internazionale, delle sue sottigliezze e delle varie sigle che la connotano, sia in grado di comprendere appieno la ricchezza anche politica di questa serie, e tanto meno sono sicuro che sia in grado di comprenderle lo spettatore medio italiano, perduto da decenni nei meandri di un irenismo a basso costo e di bocca buona, nonché completamente idiota, dove ci sono i “buoni” che combattono per la pace e la convivenza tra i popoli, e i “cattivi” che li insidiano con le loro nefandezze.        

Nessuna di queste noiose geremiadi ne “Le Bureau“, ma le mille tortuose imprecisioni della vita vera, i cambi di politica e di orientamento personale, i piccoli e grandi tradimenti, pubblici e privati. Nessuno è perfetto, tutti sono terribilmente imperfetti. Nessuno si batte per la patria, valore che sembra totalmente espunto dall’insieme, ma semplicemente per un generico “noi” che si contrappone a un non meno generico “loro” e in cui chi sta da una parte non è affatto sicuro che TUTTI i suoi nemici gli stiano di fronte, ma spesso sospetta, non a torto, che stiano anche alle sue spalle.         

Su questo sfondo, tragico e atrabiliare, l’amore è forse una risposta o, più probabilmente, l’unica via di fuga rimasta al singolo per non rimanere definitivamente schiacciato dalla macchina del potere e dello Stato, che – proprio come nel gioco degli scacchi – lo considera al massimo un pedone e per di più facilmente sacrificabile. L’individuo non conta niente, nel “migliore dei mondi possibile”, un mondo dal quale – anche se si combatte ufficialmente per esso – l’unica cosa che importa davvero è fuggire, fuggire il più lontano possibile, immergendosi deliberatamente in quella densa nebbia che, in forma del tutto simbolica, avvolge dentro di sé – nella scena finale della terza serie – il protagonista Debailly/Kassovitz, deciso a ritrovare una vita e un amore sottraendosi alle spire di una “ragion di Stato” ormai neppure più definibile come tale, tanto risulta privatizzata.