Di Maio, Alessandro Di Battista e più recentemente Matteo Salvini attaccano ancora una volta la Francia. Questa volta puntando il dito contro lo sfruttamento dell’Africa, attraverso quella che considerano una “moneta locale”, il Franco Cfa. La frase del vicepremier ha scatenato una nuova crisi diplomatica con Parigi. Il governo francese ha convocato l’ambasciatore italiano in Francia, Teresa Castaldo. E c’è irritazione anche a Bruxelles, dove il commissario agli Affari economici della Unione europea, il francese Pierre Moscovici, ha detto che alcune dichiarazioni vengono fatte per uso nazionale, con tono provocatorio, “perché il contenuto è vuoto o irresponsabile”.

Secondo l’economista Giuseppe Pennisi, a lungo dirigente generale dei ministeri del Bilancio e del Lavoro, oltre che docente di Economia alla Johns Hopkins University, alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione e all’Università Europea di Roma, quella di Di Maio è una frase con finalità elettorale, non guidata, sintomo di una “ignoranza grassa”, anche da parte dai consiglieri del governo. Il richiamo dell’ambasciatore italiano è un allarme durissimo in termini politici e il fatto che Castaldo sia stata chiamata dal ministro degli Affari europei – e non dal ministro degli Affari esteri francese – è ugualmente inusuale.

Pennisi, impegnato per 15 anni in Banca Mondiale e altri 7 tra Fao ed Organizzazione internazionale del lavoro, ha operato per decadi sui temi di sviluppo africano. L’argomento del Franco Cfa lo conosce bene. “Bisogna ricordare che la stessa sigla ha cambiato nome nel tempo. Si era trasformato in Communauté française d’Afrique in un momento in cui la Francia aveva un rapporto nei confronti dell’Africa sud sahariana. […] Poi è diventato Communauté Financière Africaine. Con due banche centrali, Africa Occidentale e Africa Centrale. Non si può dimenticare che quella moneta unica esiste perché necessaria per l’unità economica”.

Pennisi spiega anche come non tutti i Paesi che fanno parte dell’unione economica del Cfa sono stati colonie francesi. Hanno adottato la divisa anche Paesi di colonia spagnola e portoghese. Molti altri dopo essere usciti dalla moneta Franco Cfa sono rientrati. “Per esempio il Mali, anche dopo l’indipendenza dalla colonia francese ha tenuto questa moneta, e nel 1962 uscì per poi rientrare nel 1968”, indica Pennisi. Le negoziazioni per il rientro nel sistema monetario sono possibili. Invece altri Paesi africani come Madagascar, mantengono una parità con il valore del Cfa.

Pennisi, autore di “L’Europa e il sud del mondo. Anatomia di una non-politica” (Il Mulino) spiega come queste due banche centrali, le cui riserve sono nel Tesoro francese, agiscono da casse di compensazione quando uno dei Paesi è in crisi di divisa e altri in eccedenza. Quindi, un elemento favorevole per mantenere gli equilibri economici dell’Africa.

Piuttosto che attaccare il Franco Cfa, Pennisi sottolinea che il governo italiano potrebbe chiedere per quale motivo la Francia, che oggi ha un peso economico pari a quello dell’Italia, si beneficia di avere seggi permanenti nei consigli di amministrazione di organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale, mentre gli italiani devono essere eletti da altri Stati, ogni volta, per il rinnovo: “Anche il perché nelle istituzioni finanziarie internazionali i francesi sostengono molto spesso posizioni diverse rispetto al resto dei Paesi europei, quando invece serve coordinamento”.

Mentre il Franco Cfa fa parte di un sistema di accordi più basso, “l’Italia potrebbe iniziare una battaglia per rivedere gli accordi commerciali del Trattato di Roma che riguardano il settore agricolo – sostiene Pennisi -. La Francia ha imposto ai Paesi membri della Comunità economica europea un sistema di protezione che conveniva solo a loro, con l’inclusione degli africani come Paesi associati. Perché avevano la pressione degli agricoltori francesi, che contano su un importante peso politico. La Francia l’ha fatto anche con la forza della ‘politica della sedia vuota’. Ma ormai è storia. Si tratta di normative che oggi beneficiano soltanto la Francia e in minor parte l’Olanda sui prodotti agricoli, come la carne bovina e i fermenti. Questa è una battaglia da fare”.

Rosanna Miranda, Formiche.it, 21 gennaio 2019